Argomenta H. Stith Bennett - metà sociologo, metà musicologo - nel fondamentale studio del 1980 “On Becoming A Rock Musician”, come in realtà i musicisti rock prendano lezione di tecnica esclusivamente dai dischi che ascoltano. Cercano di riprodurre un suono che è pulito e sofisticato perchè indossa un make up preparatoin studio di registrazione e, per tale motivo, può accadere talvolta che diventino ottimi musicisti.
Ciò probabilmente non è del tutto vero per i bluesmen, ma lo è senz’altro per Junior Kimbrough, il quale non frequentava altra scuola se non quella dell’ascolto vorace delle prime incisioni Delta blues. Arrivato piuttosto tardi, nel 1968, all’età di trentotto anni ad incidere il suo primo singolo, Kimbrough ha vissuto a partire dagli anni novanta una seconda giovinezza tesaurizzata dalla leggendaria etichetta Fat Possum, che ne ha pubblicato i dischi migliori fino a quando la morte non ha deciso di portarselo via, nel 1998.
Poco più di un anno fa era la stessa Fat Possum a licenziare un poderoso tributo al nome del musicista: Iggy Pop, Mark Lanegan, Spiritualized, Blues Explosion, Cat Power tra gli altri, i nomi che rendevano più che credibile l’operazione. E i Black Keys. Ecco, i due Black Keys devono aver imparato a suonare gli strumenti - la chitarra Dan Auerbach, la batteria Patrick Carney - mandando a memoria i dischi di Junior Kimbrough. Si ascolti questo ulteriore omaggio alla figura del bluesman scomparso, sei rivisitazioni di classici estratti dal suo repertorio, vi si ritroverà quasi intero lo spettro sonoro Black Keys. Auerbach e Carney si dilettano nell’interpretare con fedeltà filologica il sound kimbroughiano: la voce del primo non è ancora stata plasmata – non fosse altro che per questioni meramente anagrafiche – dagli eccessi che avevano reso inconfondibile quella del maestro, ma nel complesso la versione finale dei brani stupisce per rigore interpretativo. Have Mercy On Me ha un impianto più rock dell’originale, e My Mind Is Ramblin’ suona stranamente più riflessiva nella sua nuova veste, ma altrove (Work Me, Nobody But You) si fa davvero fatica a scorgere il discrimine tra rilettura e idolatria.
Esperimento consigliabile tanto ai seguaci di Kimbrough che a quelli dei Black Keys, Chulahoma: The Songs Of Junior Kimbrough è lezione di stile appresa da un maestro che pare ancora essere vivo: c’è da scommettere che l’eco delle sue note risuonerà nitida nel nuovo album del duo atteso per quest’anno.
(6.3/10)
Scheda: Black Keys
Pubblicazione: 01 Maggio 2006
File under: Blues Rock
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