Recensione
The Spell Black Heart Procession
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Indie Rock Voti redazione e staff

Black Heart Procession

The Spell

Touch & Go / Quarterstick Records

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I Black Heart Procession, nel tempo, hanno riempito e prosciugato il fiume della loro identità o della loro unicità: vicina ai Dirty Three per slancio disperato, figlia in qualche modo dello stile canoro e sonoro del crooner dei crooner Nick Cave e parente della scena di San Diego cui hanno attivamente contribuito alla costruzione, la band torna a spaccare la diga ed a tirare fuori i remi.

La voce di Pall Jenkins (che, mezzo italiano com’è, si chiama in realtà Paolo Zappoli) viene dalle viscere della Terra, ed a sentirlo cantare lo si direbbe una specie di fantasma dell’opera, una maschera confinata sottoterra per anni con il pianoforte come unico mezzo di espressione e contatto col mondo.
La musica dei Black Heart Procession, d’altro canto, sembra raccogliere in sé gli altri tre elementi: l’aria afosa del non troppo riuscito Amore del Tropico, le lacrime blu del magnifico 2, il fuoco dell’esordio e del buon 3.

The Spell, quinto disco vero e proprio della band, ricuce in sé l’unione primigenia delle “cose” di cui erano fatti i quattro dischi precedenti e, di conseguenza, il disco piacerà a chi ha seguito con attenzione l’iter della band nella decina d’anni in cui si è svolto.

Gli arrangiamenti, nella migliore foggia dei BHP, sono intelaiati su di una struttura ritmica chiusa in cui a fare da collante è quasi sempre il pianoforte che – prevedibilmente - da "argentino" si trasforma in grave (come in The Letter o in The Replacement), cui si aggiunge solitamente una impasto timbrico di archi e batteria (Not Just Words, il cui “do you remember the things we said” è piuttosto penetrante) ed una chitarra che, piuttosto che "dare il La", segue in fila indiana gli strumenti di cui sopra. Fanno in qualche modo eccezione Return to Burn e Gps, che al pieno, o al drammatico, scelgono il vuoto ed il rarefatto da un lato, ed il crescendo scarno dall’altro; mentre in un angolo a sé stante del disco The Waiter #5, suite da carillion, si piega in due sul proprio busto di latta.

La pena per i BHP è questione di maestà e di eleganza: è una forza che in realtà si fa vettore di bellezza, un vortice di acqua che trascina e confina, roteando in profondità. Un vortice che resta nient’altro che cerchio - l’equivalente di un incantesimo. Ma se è vero che l’acqua è nera e la fuga è improbabile, è anche vero che le stelle luccicano nonostante la stanchezza dei marinai. E The Spell brilla innegabilmente di una qualche luce propria

(7.2/10)

Pubblicazione: 01 Maggio 2005

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Marina Pierri
Marina Pierri (Album 2005)

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