Recensione
Smokey Rolls Down Thunder Canyon Devendra Banhart
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Alt Folk Voti redazione e staff

Devendra Banhart

Smokey Rolls Down Thunder Canyon

XL

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Uno di quei dischi che tenta di raccogliere tutto quel che c'è da raccogliere in un dato tempo in un dato luogo. Pensate a qualche celebre doppio vinile del passato - non fatemi citare titoli - e capirete dove voglio andare a parare. Devendra Banhart consuma una fatidica resa dei conti con se stesso, ordisce un eremitaggio irrequieto assieme alla sua band di musicisti e compari fricchettoni (tra i quali l'attore Gael García Bernal - il Che Guevara de I Diari Della Motocicletta! -, Nick Valensi degli Strokes e Chris Robinson già Black Crowes), srotola il tappeto delle meditazioni e ci lascia cadere qualsiasi demonietto gli passi tra la testa e il cuore: folk, blues, samba, psichedelia, progressive, funk, dub, rumba, caro vecchio rock'n'roll... Un trip folle e scentrato, spiazzante e inafferrabile. Un dare fondo e vita a qualsiasi scintilla valida, ad ogni particella sonora che giustifichi il Devendra Banhart musicista ora e qui, in questo mondo più folle di lui.

Difficile trovare il bandolo del filo che attraversa tutti questi sedici pezzi, a meno che non si decida d'averlo già trovato in questa tensione accumulatrice, rivelatrice e liberatoria, in questo darsi totale, in questo cercarsi visionario nel pelago delle (proprie) visioni. Nell'affermare se stesso - uomo e artista, una cosa sola - attraverso musica che sembra uscire dalle pieghe d'un sogno storto, alambiccato, a tratti febbrile. Pur sempre un sogno gioioso, anche quando le trame s'infittiscono di mistero e umori inesprimibili. Perché Devendra conosce il segreto della leggerezza, un equilibrio ebbro ma saldo tra i flutti che schiaffeggiano con liquida disinvoltura ora la placida e incontenibile inquietudine del Caetano Veloso londinese (Samba Vexillographica, Rosa), ora brume doorsiane spiritati glam (Tonada Yanomaminista), ora funk-glam tipo Bolan & The Family Stone (Lover), ora schivi capricci Grant Lee Buffalo (Bad Girl), ora adorabili e inquietanti chimere fifties (So Long Old Bean, Shabop Shalom).

Un micragnoso sdrucciolare tra suggestioni contigue ma eterogenee che azzeccano talora combinazioni di stordente bellezza - come l'incantevole ninna nanna incantata mexico di Cristobal, i filamenti spersi Tim Buckley a ordire il folk mistico di Seaside o ancora le placide illuminazioni d'archi e slide Mojave 3 sulla spiaggia younghiana di Freely - oppure soltanto divertenti, come la rumba elettrica di Carmencita o il gospel asprigno nel baraccone loureediano/lennoniano di Saved. Nel caso di Seahorse c'è addirittura l'azzardo della suite-manifesto, otto minuti di solenne folk psych morbidamente ammorbato soul, il Van Morrison giovane sbilanciato prog con naturale movimento black, nel gorgo imbastito da piano, organo, flauti, cori (ai quali partecipa l’immancabile Vashti Bunyan), nell'oppiacea tracotanza Traffic frastagliata Jethro Tull, tra elettricità doorsiane dalla ieratica quadratura (assolo acido compreso), galleggiando come un piccolo prodigio di Madre Natura concesso a questi strani giorni rock.

I fantasmi - quei fantasmi prewar che Devendra raccattava da chissà quali cassetti di chissà quali stanze dimenticate - finalmente ha imparato a cavarseli di sana pianta dal cuore. Senza che sembrino per questo meno sconcertanti.

(7.3/10)

Pubblicazione: 01 Settembre 2007

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2007)

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