Recensione
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Genere

Alt Folk

Data di uscita

Settembre 2004

Pubblicazione

01 Settembre 2004

Devendra Banhart

Nino Rojo

Young God

Ad appena cinque mesi dall’ottimo Rejoicing In The Hands, il giovane Devendra non molla la presa e ritorna, in barba al marketing ed ai tradizionali meccanismi di promozione, con questo Nino Rojo. Del resto, le canzoni dei due dischi risalgono alle medesime session (trentadue pezzi in due settimane, niente male!), quindi potremmo a ben ragione parlare del secondo volume di un doppio album mancato (in formato cd, a dire il vero: il doppio vinile sarà presto messo in commercio). E’ d'altronde lo stesso Devendra a suggerirci una differenza più sostanziale che formale tra le due parti: se Rejoicing era l’”Imperatrice dorata” - la madre -  che si limita ad osservare e commentare, Nino Rojo -  il “bimbo rosso” - è la curiosità, la creatività e l’esuberanza che muovono all’esplorazione delle cose.

Quella che potrebbe apparire come una bizzarra spiegazione in giustificazione di una singolare strategia commerciale, si rivela, ascoltato il nuovo lavoro, più che mai fondata. Un disco più terreno ed intimo, stupito di tanta magia a cui pare essersi appena approssimato.Non inferiore, ma in un certo senso propedeutico al precedente, come la rincorsa sta al decollo. Stilisticamente le novità sono poche, cambiano semmai i colori, la luce che pervade il tutto. Nient’altro che Devendra, dunque, lo stesso che conoscevamo (o no?), a mostrarci la propria visione del mondo con l’innocenza sciroccata e sapiente di un bambino antico. Intonando filastrocche (l’iniziale e programmatica Wake Up, Little Sparrow, cover dell’idolatrata Ella Jenkins), affidandosi ad arrangiamenti più variegati (il fingerpicking ossessivo e il flauto ipnotico nella tesa Horseheadedfleshwizard, oppure i languori di harmonium su arpeggio solare – con Andy dei Vetiver - nella dolcissima At The Hop), talora abbandonandosi a veri e propri divertissement (come in We All Know, o quando sfarfalla la grazia misteriosa di un homunculus ebbro in Little Yellow Spider).

Qui il folk procede per bozzetti e sussulti (nell’emozionante semplicità di An Island – rintocchi di plettro sulla paletta – e nello scazzo spampanato pervaso di Giamaica di The good red road, o come in Noah, dove il piano e un coro madreperlaceo – una Coco Rosie? – si adagiano nel grembo d’un valzer Will Oldham). Qui il jazz spira come una brezza trasversale (le vibrazioni Buckley  - padre o figlio, fate voi - di My Ships, lo swing legnoso e straccione della già citata We all know, il mood trasognato tra slittamenti di corde, opacità Vincent Gallo e mestizia Nick Drake di A Ribbon). Qui il blues aleggia come una memoria insidiosa (nel lamento magnetico di Ay Mama, tra i chiaroscuri di Sister – fingerpicking nodoso - e nell’impellente Be Kind – tra i sussulti sixties di armonica, piano e riccioli di chitarra fino alla conclusiva dissolvenza in bianco). Una strategia di piccoli passi, slittamenti minimi, spinte impercettibili che allargano i confini di genere, aprendoci pian piano le porte di una dimensione poetica sempre più profonda e strutturata. Entrare nell’universo di questo ragazzo è una continua scoperta.

Uguale a sé stesso, ma sempre diverso, è come se egli ci svelasse di volta in volta un lato di quel diamante sfaccettato che è la sua essenza artistica, che non ha forma, né luogo, né un tempo preciso. In questo senso il “messaggio” di Devendra sembra essere il suo stesso esistere in quanto distorsione stilistico/temporale, tenera anomalia di passaggio sulle cose. In fondo questo stralunato menestrello non è così enigmatico…è soltanto come sceglie di apparirci, sta a noi cogliere la sua essenza, carpendola dai suoi suggerimenti.

(8.1/10)

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Antonio Puglia
Antonio Puglia (Album 2004)