Art Of Fighting. Che buffo nome per una band che fa della malinconia e della delicatezza i propri principi esistenziali, i quali, del combattimento, sono la più vivida negazione. Paradosso questo che già era emerso positivamente dai primi due album della band australiana: Wires (2001) e Second Storey (2005). Entrambi distribuiti in Europa in netto ritardo rispetto alla loro pubblicazione in madre patria. Stessa cosa sembra avvenire anche per Runaways: per ora distribuito, fuori dai confini nazionali, soltanto in Giappone. Disinteresse incomprensibile dato che qua (come anche per i primi due album) ci troviamo tra le mani un delicato tesoro da proteggere. Non certo da trascurare.
C’è l’oceano in queste canzoni. C’è tutto l’oceano che hanno dovuto attraversare per arrivare fin qua da Melbourne, Australia. Onde lunghe che si alzano e si abbassano lentamente, che si propagano delicatamente da quello stesso centro che fu originato dalla prima nota che i mai dimenticati Red House Painters fecero cadere solennemente in quel mare di calma. Infatti, è lo stesso principio di base, la lentezza, a segnare il passo di queste undici canzoni, fra trame chitarristiche in crescendo, nostalgiche note di piano e una voce che da sola riesce a entrare sottopelle con struggenti melodie mai banali. È proprio quest’ultimo elemento il valore aggiunto degli Art Of Fighting; ciò che più rende la loro formula originale rispetto alla classica definizione di slow-core. La voce di Ollie Browne, un umbratile incontro tra Chris Martin e Andy Yorke (il leader dei misconosciuti Unbelievable Truth e fratello del più famoso Thom) ha il potere di ridestare antiche melodie struggenti che ci sembra di conoscere da sempre. È proprio questa sfumatura pop del cantato, intessuta in un dilatato contesto strumentale molto curato, a rendere la loro musica così suggestivamente spontanea, naturale e onesta. Ma, non per questo banale. Immaginate i Coldplay, spogliati di ogni orpello commerciale, sprofondare nel lento incedere dei Red House Painters ammiccando alla leggerezza stilistica dei Bedhead più delicati. Ciò che ne viene fuori sono struggenti ballads introspettive: tanto immediate nella loro melodica epifania, quanto penetranti per la loro ricercatezza compositiva. Canzoni come Misty As The Morning e Territories ci avvolgono candidamente movendosi in punta di piedi tanto è dolce e raffinata la loro tratteggiata traiettoria. Certo, non mancano episodi più incalzanti (Mysteries) o più sbarazzini (Ride After Ride – cantata dalla bassista Peggy Frew), ma tutto ciò suffraga ancor più la completezza dell’album.
Un disco profondamente leggero. Fatto di onde. Onde lunghe che cullano, che rilassano, che sussurrano delicatamente che l’oceano è fatto per incontrare la terra, la costa, la sabbia. “I don't know where I'm going / somewhere where the water meets the land” (Sycamore And Sand)
(7.5/10)
Scheda: Art Of Fighting
Pubblicazione: 01 Aprile 2007
File under: Indie Pop
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