Di certo quel piglio sbilenco che innervava Stanotte/Stamattina e che tanti sorrisi, ingenui e di gusto, aveva suscitato non hanno abbandonato la verve del veneziano Muffato, che imperterrito continua a rimestare il brodo di intuizioni e riferimenti sonori ampiamente dispiegati nel Duemilaquattro, senza però eccedere in quell’attitudine da loser che ne aveva decretato il successo. L’aria misteriosa (Aiuola / Self, 30 maggio 2007) ha infatti qualcosa di diverso e nuovo in sé: l’uomo anagrammato prova a rivestire i suoi racconti con abiti meno arditi e convulsi nelle costruzioni e sovrapposizioni di tessuti e colori, fatti di riprese qua e là, di fili che pendono, di orli imperfetti, che ad ogni passo sobbalzano con grazia maldestra (a partire dalla voce) mostrando le curve morbide di un poetare intento ancora a raccogliere istantanee di un’infanzia spensierata, infarcendo i pensieri adulti di misteriosi dilemmi che non hanno e non avranno mai risposte.
Storie personali che abbracciano il vivere quotidiano, dell’autore come di tutti, dal ricordo dell’estate ai tempi della scuola (un piano malinconicamente ubriaco su cui inanellare personaggi e stati d’animo ancora vividi in Estate) ad una matura e sofferta riflessione sulla precarietà del contemporaneo (la consolante amarezza voce e piano di Tempo al tempo, in cui il tema politico-sociale affrontato si affaccia con la gentilezza e timidezza propria del Nostro). Meno correnti d’oltreoceano a formare increspature (con l’eccezione più che evidente della beatlesiana Dove lei passa), piuttosto tutti i profumi di casa nostra ad infestare, prendere letteralmente d’assalto i dieci brani: la freschezza del basilico ad insaporire le idiosincrasie di Se un giorno (“Preferisci i discorsi che non tornano mai / per fortuna i discorsi tra noi non tornano mai / Metti cura, rispetto per tutti gli sbagli che fai / grazie al cielo con me tu ne farai”), l’aspra intensità dell’olio d’oliva a cospargere il rapporto a due di Le rughe sulla fronte, il tutto innaffiato da un corposo vino rosso di violini e fiati, lasciato decantare dal produttore Fabio ‘Non voglio che Clara’ De Min.
“Penso che queste canzoni non abbian nulla di oscuro o criptico, e siano invece piene di speranza. Parlando d'enigmi non fan le misteriose. E se sono 'ariose', non si 'danno arie'. Penso siano canzoni per tutti”. L’ennesimo gioco di parole di Alberto Muffato che, per una volta, condividiamo appieno.
(7.2/10)
Scheda: Artemoltobuffa
Pubblicazione: 01 Maggio 2007
File under: Pop
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