“All of the melodies on this album are the melodies of every day life”. Che vuol dire? Che Charles Spearin ha preso le voci dei suoi vicini, quelli che quando viene estate si mettono tutti in veranda a conversare mentre i bambini giocano, ne ha tratto delle frasi conversazionali e le ha usate come materiale per comporre. The Happening Project è cioè un album fatto di tracce che traggono spunto musicale (cioè melodico e armonico) dalle intonazioni, dagli accenti, dall’euforia o meno delle frasi, colte nel loro concreto vivere.
È quindi un progetto di musica costruita su quella che in linguistica si chiama prosodia, e che a volte ci fa dire, quando sentiamo una persona con inflessioni particolarmente musicali, “potrebbe essere uno spunto per un tema melodico”. Quello che ha fatto Charles è esattamente questo, cioè trattare la prosodia delle voci attorno a lui come strumento, materia per la composizione; e il risultato, secondo chi scrive, è esaltante. Almeno per una manciata di motivi. Innanzitutto perché l’esperimento potrebbe sembrare intellettualistico, eppure ne scaturisce un’autentica avanguardia ludica, con toni che nulla hanno della meninge spremuta ma molto della leggerezza di calviniana memoria; e ciò fra l’altro giustifica, anche se solo parzialmente, il titolo un po’ naif del disco. Charles usa – ovviamente, per prossimità evidente - anche tecniche di musica concreta, ma sentite cosa ne fa dei cinguettii di Anna; in un picco melenso direi che sembra dargli da mangiare direttamente dal palmo della mano.
Poi c’è la storia di Spearin, che non ci avrebbe fatto pensare a un’uscita così; d’accordo che a volte lo si cita come eminenza colorata dietro alla nascita del progetto Broken Social Scene, ma è altrettanto vero che va associato anche al post-rock di Do May Say Think. Cose meno divertite insomma. E questo disco ci fa divertire. Ci ricorda i momenti migliori di Music From The Body di Waters e Geesin, ma spesso lo supera, per esempio quando fa sprizzare un violino capriccioso dall’esclamazione improvvisa di una voce fanciullesca, dando un senso di assoluta capacità di maneggiare le proprie intenzioni (Ondine). Qui sta il terzo motivo. La naturalezza con cui fiati chitarre pianoforti mimano le voci e ne traggono spunti su cui costruite intere mini-suite. Come in Vanessa, quando l’ultima frase di una conversazione (quella di Vanessa, evidentemente) diventa il tema su cui sviluppare la traccia musicale. Padronanza e misura. Gioco e felicità. Se non altro, ci ha fatto respirare un sereno ambiente quotidiano, Charles.
(7.5/10)
Scheda: Charles Spearin
Pubblicazione: 07 Maggio 2009
File under: musica prosodica
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