Recensione spot
Gentlemania Kevin Blechdom
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anni Cinquanta Voti redazione e staff

Kevin Blechdom

Gentlemania

Sonig

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Prima il problema era sul come farle saltare. Pardon. Sul cosa farsene delle regole. Trame e linguaggi, qualunque essi o esse fossero erano barbie e abiti presi in prestito per una messy fiesta di tecnologie portatili d’assalto. Divertirsi e mattare erano le filosofie e i compagni di merende (californiani) erano spettacolari.

Parliamo di Matmos, Lesser e appunto Kevin Blechdom, dentro al celeberrimo e geniale duo Blectum From Blechdom; tutta gente oramai lontana dall’ortodossia taglia e cuci di quegli anni, con la sola Blevin, peraltro divina e ispiratissima in Gular Flutter, a rimanergli fedele; per tutti gli altri, Kevin in testa, il cambiamento ha voluto dire musica "suonata" e gioco di sponde, reinterpretazione e riappropriazione delle regole, non più far saltare i confini (ricordate Disc?) ma spostarli sempre più nel tempo e nello spazio. La combriccola dal mouse è passata alle chitarre, ai fiati e a tutto lo spettro dell’analogico, e Kevin, giunta al terzo album solista dopo vicissitudini e incertezze su Cheeks On Speed, ha pensato bene di indagare l’estremo opposto dello scenario iniziale. A dieci anni dalle BFB, tolto laptop e pastoie kitch, l’ex ragazza ci propone un disco – diciamo – di anni Cinquanta. Via il concetto e dentro l’interpretazione come se la più classica delle parabole dell’età adulta dovesse essere consumata qui e ora ma in un altro spazio tempo.

Gentlemania è Hollywood, cabaret, vaudeville, tutto il pane dei giovani albionici ma con lo scarto e l’esuberanza di una grande diva démodé ed esattamente come accadeva in The Chaddom Blechbourne Experience (2008) in compagnia di Eugene Chadbourne con i classici per banjo, il gioco è serissimo e neppure quello houmor che si scorge qui e li è fuori dalle regole. L’ironia innocua di una Marilyn? Esatto proprio quella come la Minelli, un po’ di drama da teatro in/off, del balletto, una badilata d’avant spettacolo e vaudeville. Kevin non fa seghine al pop o per il pop e nemmeno è la big band à la Herbert quello a cui aspira. Tutto si basa sul gusto e sull’abilità della californiana di confondere il tempo. Puoi passare in setaccio il disco cercando dove e quando trasgredisce e non troverai nulla se non un presentimento: Kevin potrebbe strappare la tela e svelare il trucco in ogni momento. Non lo farà e il nonsense dell’esistenza è un po’ questo. Chissà, se al pari di Sufjan pure lei punti a qualche mappatura della tradizione americana.

(7.6/10)

Scheda: Kevin Blechdom

Pubblicazione: 24 Aprile 2009

File under: anni Cinquanta

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