Lisbona, un po’ metropoli un po’eden. Il nuovo alloggio di Panda Bear è lì, nella capitale portoghese; e se le circostanze, spesso, fanno un disco, Person Pitch si gode eccome la dolce brezza del fiume Tago.
D’altronde Lisbona è cosi: esatta sintesi di cosmopolitismo londinese e perenne estate californiana; e per un giovanotto americano come Panda Bear, che di nome fa Noah e tuttora sogna di figurare nel testamento di Brian Wilson, una location del genere veste a corpo e ci suona, l’attraversa e si sogna beach boy sul palco dell’Ufo club.
Tranquilli però, nessun accenno di fado, solo un cambiamento radicale. Il sofferto Young Prayer, nato sì da tragiche circostanze, si dimentica dopo pochi istanti. Quei fantasmi in nero depongono le lugubri tuniche e indossano camicie technicolor, ornate di pois luminescenti e buone vibrazioni; si passa, in definitiva, dall’isolazionismo Drake-iano al retro-pop psichedelico, si vagheggiano delle Ronettes al maschile (Bros) e dei Beach Boys estatici (Take Pills e I’m Not). si dissacra il pop, riducendolo in poltiglia dada (Good Girl / Carrots) oppure lo si disegna come dei shoegazer in apnea (Ponytail).
In fin dei conti si fa il possibile per eludere la press della Paw Tracks, che cita – testualmente – il disco come erede dei grandi classici di Paul McCartney (!), Ghostface Killah (!!) e nientemeno che George Michael (!!!). Contenti loro, contenti noi.
(7.0/10)
Scheda: Panda Bear
Pubblicazione: 01 Aprile 2007
File under: Avant Folk
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