Recensione
Here Comes The Indian Animal Collective
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Avant Folk Voti redazione e staff

Animal Collective

Here Comes The Indian

Paw tracks

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La “gioiosa macchina da guerra”, che qui dispiega tutte e quattro le unità di combattimento sonoro, ha lasciato la veranda sul retro della casa di campagna a Baltimore County (e le mamme a pulire…) e - senza spostarsi dal Maryland - si è trasferita nella foresta di Blair, dove la leggenda (cinematografica) narra che tre ragazzi si erano inoltrati nel 1994 con una telecamera; di loro, nel ‘97, avrebbero ritrovato la sola telecamera, sufficiente comunque per dare in pasto agli adolescenti di mezzo mondo una reality comedy dell’orrore da sbancare il botteghino.

Il “Blair Project” degli Animal Collective non sarà “de paura” come quel film tremendo e fortunatissimo, ma neanche assisteremo al sequel sognante e trasognato che i dischi precedenti ci porterebbero ad aspettare. Here Comes The Indian è elettrico e percussivo quanto il predecessore è acustico e aritmico, anche se manifesta qui e là inequivocabili segnali d’aritmia, nel senso di irregolarità del battito cardiaco. Aggressione acustica con qualche pari, perché l’ultima invenzione è stata la ruota e basterebbe spulciare la discoteca di Babele per trovare genitori e fratellastri, Indian si piega forse solamente in Slippi, dove - facendosi strada a colpi di machete - i più avvezzi riusciranno addirittura a cogliere una melodia pop.

Il resto sono voci variamente trattate, pianoforti isolazionisti, chitarre pizzicate da dita con le unghie tagliate troppo corte, rotture di timpani - in tutti i sensi - che neanche i Tamburi di Brazza o quelli “du Bronx”. Dopo tutta quella fatica per rendere nuovamente presentabile la veranda, eccola invasa da uomini e animali (o uomini-animali?) in un clangore di vetri rotti, e non è proprio più possibile tenere chiusa la porta della cucina. Come s’intitola la traccia numero quattro? Ah, sì, Panic…

(7.0/10)

Pubblicazione: 01 Giugno 2004

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Ivano Rebustini

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