Recensione
The Big Come Up Black Keys
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blues rock Voti redazione e staff

Black Keys

The Big Come Up

Alive Naturalsound Records

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L'opera prima dei Black Keys sgorgò come un fiotto d'acqua bollente, altrettanto inevitabile, altrettanto naturale e tuttavia sorprendente. Il modo in cui si propone alla contemporaneità - senza velleità postmoderniste, solo un avvenire rude ed essenziale - disarma ogni criticismo e t'impone un ascolto immediato, crudo, così come viene. E quel che viene è un blues elettrico minimale e fragoroso, Howlin' Wolf-oriented, dove batteria e chitarra perseguono bordi sfrangiati e truci, riflesso di un'anima lacerata ma indomita. Il canto di Dan - tra il sanguigno e il sornione, una rauca via di mezzo tra Hendrix e Steve Ray Vaughan - gorgoglia tra le anse dei riff e dei fendenti, è l'officiante di un rito interiore che sgorga sulla pubblica piazza, lo psicopompo verso il Southern Comfort serotino.

Batteria, chitarra e voce, nient'altro che questo, tolto un bordone d'organo a guarnire il boogie ossuto di Countdown, un basso che incorpora l'esercizio da ZZ Top cauti di Brooklyn Bound e qualche found voices a procurare oppiacei straniamenti hip-hop nella conclusiva 240 Years Before Your Time (ghost track compresa). Tra obbligati blues strappati a morsi, sia formali (la spigolosa Busted) che "poetici" (l'invocazione accorata di Run Me down), i due guaglioni trovano il modo d'innescare uno strano cortocircuito spazio-temporale, risalendo cioè alle radici della questione blues-rock senza fingere che non sia accaduto tutto ciò che è accaduto. Ovvero l'andata-e-ritorno transoceanica che generò il british-blues da una parte e il garage dall'altra, con tutte le propaggini & farragini psych conseguenti. Ecco quindi una She Said, She Said che di beatlesiano conserva solo gli sfrigolamenti del riff, una Them Eyes che semina spore vaudeville in un fertile solco boogie/errebì, una I'll Be Your Man che gigioneggia blues-rock giusto un attimo prima d'incapricciarsi Small Faces.

In altre parole, la bussola dei Black Keys punta quell'età dell'innocenza del blues-rock che precede la “corruzione” pop senza però rifiutare tutto ciò che è stato, ponendosi di fatto su un piano inclinato nel quale il blues elettrico scivola continuamente verso le eccitanti conseguenze che ben sappiamo, conservando altresì una purezza d'intenti ben lontana dalla patinatura relazionale del sound White Stripes, da quell'antiquariato tirato a lucido (si ascoltino la torrida Heavy Soul e la zeppeliniana Leavin' Truck). Dovessimo scommettere il nostro ultimo soldino, lo piazzeremmo sulla genuinità del sentimento che sta dietro le pennate, le bacchettate e i ragli di questi due ragazzi dell'Ohio con l'iperblues che gli schizza perfino dalle orecchie. E questo è quanto.

(7.1/10)

Scheda: Black Keys

Pubblicazione: 01 Maggio 2006

File under: blues rock

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