Dopo l'interessante demo di qualche tempo fa, i Bayan esordiscono per i tipi dell'occhiuta Videoradio, confermando la devozione al folk blues come lo intendevano nella cuspide tra i sessanta e i settanta. Vale a dire: una chiave per scardinare il collasso tra modernità e tradizione. Avete presente John Martyn e Roy Harper? Immagino di sì. Casomai, nulla che non possiate rimediare (i capolavori del primo sono freschi di ristampa, tra l'altro). Di certo devono conoscerli e pure bene i Bayan, come dimostrano gli impasti di mistero e understatement di Sparkle e Kronos (liquori blues e strane angosce cosmiche, caracollare folk e tastiere duttili, pianoforte indolenzito e wah wah), roba che se ti viene da pensare a dei Floyd embrionali non sei per nulla fuori dal seminato. In più, ci sono molti indizi di ascolti più "freschi", quali la catramosa epicità degli ultimi Soundgarden e la dolciastra indolenza spacey dei Radar Bros (Maya), l'angolosità pungente e acidula d'un Jeff Buckley rallentato Red House Painters (This End), o ancora la sbrigliatezza per molti versi catartica dei REM (Baracca's Avenue) e la struggente perdizione del grunge acustico Alice in Chains (Errata).
Rispettano uno standard piuttosto elevato le melodie, magari sbilanciandosi un po' verso una monodica cupezza, cui però offre respiro la bossa sfarfallante di Complete Me, disinvoltura di basso, percussioni, chitarrina e cori che schiude inopinati spiragli Belle and Sebastian. E' la manifestazione più evidente di una versatilità formale che cova un po' ovunque, sia che viri un gommoso valzer laneganiano in trepido delirio psych (la splendida The Dancer) o che mandi in cortocircuito la bile di vivere Mad Season con la sindrome post-synth-pop dei Tears For Fears (nel chorus di There). La tensione verso un di più - ma chiamamola pure ambizione - li porta a confrontarsi a dei livelli forse un po' troppo alti, dove il togliere conta più del levare, dove un riverbero può essere decisivo. Col risultato di un impasto malfermo, di una vena d'indecisione che scombussola la saldezza dell'interplay.
Tuttavia, proprio questo cocciuto mirare ai piani alti del folk-blues (ramificazioni pop e psych comprese) mi sembra un segnale importante. Non si accontentano i Bayan di fare gli epigoni, ecco. Cercano con una certa ostinazione di mettere a fuoco quel fuoco che gli brucia dentro. Ora, è giusto precisare che di incendi del genere ne abbiamo già visti molti. Però, che dire, così ben appiccati continuano sanno ancora riscaldare.
(6.6/10)
Scheda: Bayan
Pubblicazione: 01 Marzo 2006
File under: blues rock
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