Recensione
Self Titled Darkel
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Pop Voti redazione e staff

Darkel

Self Titled

EMI

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Gli exploit solisti non mancano di far scattare l’inarrestabile gusto per l’analisi comparativa che c’è in noi. E se parliamo di un duo, il gioco è per giunta dei più civettuoli. Darkel non è il tennista bruttarello, ma l’eterno ragazzo. Quello fashion ed effeminato e forse il più antipatico al pubblico. Degli AIR è il burattino o magari il creativo lunatico. Il felino. Il feticista del demodé. Il compagno Nicolas Godin? Dev’essere stato per forza di cose il responsabile della scenografia. Colui che mantiene l’onda emotiva del pathos. Il personaggio che fa quadrare i conti con il cinema, con gli ambienti. Quel tecnico per il quale fotografia e luci sono più importanti della trama stessa. Perché è in quegli effetti notte che si cela l’arte. E senza lo sguardo d’insieme, senza la poesia, il distacco non c’è altro che pop. Soltanto il pop. Poco.

Per Jean-Benoit Dunckel dev’essere sembrato un po’ noioso non poter uscire dalle Cherry Blossom Girls e dalle How Does It Make You Feel? del caso. Non poter bucare quella rigorosa malinconia, quell’adulto sguardo sull’autunno dell’amore, quella solitudine nipponica. Non poter giocare con il frivolo insomma, senza dover fare i conti con i maestri del tastierismo elettronico. Con quegli ingombranti Vangelis, Jarre e Kraftwerk. Perché non fare un brano synth-pop prendendo ispirazione libera da Gary Numan e da una canzone dream-pop? Un richiamo pop d’antan? Della melodia sixties battito-di-mani-voce-sbarazzina. Una roba da adolescenti, da ragazzi. Manca poco del resto…

Poi soprattutto una cosa: via quella voce trattata. Via il timbro di donna, già quello originale è efebico a sufficienza, magari più ispido, ma maggiormente libero è diretto. Tutto come dev’essere in un album di chi agli AIR non ha nulla da obiettare, ma dai quali è giusto prendersi una pausa o cantarci su senza troppi patemi. In altre parole Kelly Watch The Stars con le strofe e non soltanto con il ritornello.
Così sia: dieci proiettili soffici, di gioco prima e maniera poi, un campo minato tra i Settanta e Novanta e in mezzo quegli Ottanta, rivisti, capovolti, sognati tanto da ridurli a un’improbabile incrocio di Lio e Sigue Sigue Sputnik (Tv Destroy, Beautiful Woman). Poi si balla (o quasi) e si sorride semiseri in lenti per piano e balli cheek to cheek (At The End Of The Sky,My Own Sun). Infine, ci mancherebbe, la sdraio sull’erba a guardar le stelle è assicurata: la finale Bathroom Spirit è un puro omaggio a Neon Lights dei Kraftwerk.

Più campionario variegato di frivolezze che lavoro unitario, inaspettatamente ricco di chicche sottoforma di motivetti idioti ma appiccicosi, Darkel è un lavoro da prendere per quello che è: l’ultima fantasia prima della maturità. E certa gioventù è dura da lasciarsi alle spalle.

(7.0/10)

Scheda: Darkel

Pubblicazione: 01 Settembre 2006

File under: Pop

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Edoardo Bridda
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