Prima o poi, arriva per tutti il momento di crescere. Nel caso degli Zephyrs ci sono voluti quattro album per rendersi conto che avevano le carte in regola per poter fare tutto da soli: infatti in questo ultimo Bright Yellow Flowers... tutto il processo, dalla composizione al mixaggio, è stato seguito personalmente dagli stessi, nonché prodotto dal batterista Marcus MacKay. Chiare sono quindi le intenzioni dei fratelli scozzesi Nicol, Stuart e David, vero nucleo fondatore del gruppo: suonare sinceri, autentici come mai era successo in passato. E le differenze, pur mantenendo una certa continuità, si sentono: più naturalezza nel suono (il maggiore uso di chitarre acustiche), una calibrata mistura di pedal steel e riverberi, messi in secondo piano, come fossero degli accessori con cui giocare ad aggiungere o sottrarre. Rimane però intatta la loro propensione ad unire il country con il pop intimista, intrecciandoli poi con il folk e colorandoli, qua e là, con accenni di sfumature shoegaze.
Ma più che discendenti lontani degli Spiritualized, gli Zephyrs sono vicini al malinconico romanticismo dei Mojave 3 di Ask Me Tomorrow, con il canto sommesso (l’iniziale nenia sognante Dancing Shoes, accompagnata da morbidi archi), le delicate armonie (gli incastri vocali di A Friend), l’incedere lento e soffuso (la bruma autunnale di Ganeesha, il tepore grigio della strumentale What Voltage Is The Moon). Un’ottima soundtrack per le uggiose giornate invernali (e se si è già di pessimo umore potrebbe rincarare la dose), ma questo non vuol dire abbandonarsi ai dolori dell’anima con rassegnazione, perchè tra i solchi di questo disco risplende anche una certa “vivacità”, un sorriso beffardo dietro i vetri bagnati dalla pioggia: il drumming deciso e incalzante di Hell's Dark Hall, con trombe Calexico a chiudere in crescendo, e il sound americano fino al midollo delle chitarre in So Called Beau, ingentilito dagli archi per introdurre, in tutta la sua scarna bellezza, la ghost track finale, una versione acustica della Stargazer di When The Sky Comes Down It Comes Down On Your Head (2001).
Nessun cambiamento radicale per gli Zephyrs, in fin dei conti, solo l’acquisizione delle proprie capacità e la volontà di colpire dritti al cuore: quello degli ascoltatori.
(6.8/10)
Scheda: Zephyrs (The)
Pubblicazione: 01 Settembre 2005
File under: Indie Pop
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