Può un disco irriverente, parodistico, amabilmente cazzone come questo riuscire nel paradossale intento di far prendere sul serio i propri autori? Per quanto strana possa suonare, la scommessa lanciata dai pisani Zen Circus con Vita ed Opinioni di Nello Scarpellini, Gentiluomo (quarto album in studio e primo per la loro etichetta L’Amico Immaginario) è pienamente vinta.
Per chi si fosse perso qualcosa: il trio (Appino: chitarra e voce; Ufo, basso; Karim Qquru: batteria) porta in giro da circa una decina d’anni un vigoroso e divertente garage’n’roll di scuola Violent Femmes; alle spalle, un paio di autoproduzioni, un bel po’ di concerti e diversi contest di rilevanza nazionale. Se il precedente Doctor Seduction (il primo lavoro “veramente” prodotto, uscito all’inizio del 2004) allestiva per l’occasione scenari poppeggianti e un po’ ruffianotti (seppur efficaci), il vero salto di qualità arriva con questo nuovissimo disco che è, come dicevamo, insieme un gioco e un azzardo. Anziché rincorrere nuovamente l’appeal melodico-accattivante di canzoni e arrangiamenti, gli Zen Circus preferiscono gettarsi (e gettarci) a capofitto nel loro universo burlesco, imboccando allo stesso tempo nuove strade. Accanto alle – come di consueto - anglofone Dead in july (pop di ascendenza Gun Club), Hellakka (country punkettone à la Gordon Gano), Colombia (minacciosa come i migliori Dream Syndicate), Visited By the Ghost of D.Boon (i Meat Puppets in versione garage), e all’ottima Les poches sont vides les gens sont fous, troviamo una serie di episodi in lingua italiana che contribuiscono a definire risolutamente l’immaginario - è il caso di dirlo – di questi musicisti. Attraverso liriche pungenti care a certo nostro cantautorato (le reminiscenze De Andrè in L’inganno, la pseudo-ballad Fino a spaccarti due o tre denti, una Beetlebum disillusa), ripescaggi demenziali dei nostri favolosi ’60 (il beat à la Rokes del brano-manifesto L’amico immaginario, o la scapestrata I banbini sono pazzi, delirio in stile Rocky Roberts / Mal), omaggi e parodie (rispettivamente di Rino Gaetano e del Vasco nazionale in Aprirò un Bar), la band pisana costruisce e definisce il proprio universo poetico, consolida la propria realtà e la rende ancora più accessibile. Ridendo e scherzando, gli Zen Circus sfornano un disco importante: non ancora perfetto, certo, ma importante. D’altronde sono loro stessi a dire: Non credere mai a chi canta di mestiere / la faccia è troppo, troppo vicina al sedere (da L’inganno). Come si fa a non prenderli sul serio, stavolta?
(6.9/10)
Scheda: Zen Circus
Pubblicazione: 01 Settembre 2005
File under: Indie rock
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