Recensione
Our Thickness Russian Futurists (The)
Cover image
Indie Voti redazione e staff

Russian Futurists (The)

Our Thickness

Upper Class

Prendete un carillon, caricatelo e lasciatelo suonare. Avrete così riprodotto (non proprio fedelmente, ma ci siamo quasi) Our Thickness dei Russian Futurists. Progetto concepito e nato dalla mente di Matthew Adam Hart, proveniente da un Canada mai stato tanto vivo e florido, a livello musicale, come negli ultimi tempi (Broken Social Scene, The New Pornographers, Feist, Arcade Fire, solo per citare alcuni nomi). Progetto concepito e nato - sin dal 1999, anno del primo Ep École De Neige - proprio nella cameretta di Hart. E si sente. Un liquido amniotico materno, una stanza ovattata, un mondo straripante di sentiment(alism)i, un salto temporale che riporta a quella imprecisata e altalenante fase della vita che va dall’infanzia all’adolescenza. Un richiamare alla memoria vecchie canzoni di cartoon o filastrocche scolastiche, amori desiderati e desiderabili, ma infranti, di quelli che ti lasciano con il cuore a pezzi e che ti fanno crollare il mondo sulle spalle. Tutta una serie di romantici cliché condensati dal buon Hart in dieci episodi pop, che lambiscono il lo-fi come l’electro wave, e a cui deve tenere particolarmente, visto che i precedenti Let’s Get Ready To Crumble del 2003 e The Metod Of Modern Lover del 2001 sono stati confezionati allo stesso modo. Un marchio di fabbrica, verrebbe quindi da pensare. La puerile ingenuità dell’autore, intrisa di onestà, può far tenerezza ad un primo ascolto, ma già dal secondo inizia a sapere troppo di miele. Un tripudio di drum machine, organetti, tastiere, campanelli e campanellini vari, ogni tanto una chitarra o un pianoforte giusto per dare un po’ di colore. A questo si devono aggiungere poi melodie tanto adesive e ripetitive da risultare a tratti stucchevoli, come la piatta Sentiments Vs. Syllables, il lento incedere sornione di Incandescent Hearts, la bambinesca These Seven Notes (ne conoscevo una simile ai tempi delle elementari). Certo non mancano momenti davvero gustosi (la frizzante Paul Simon in apertura e Our Pen’s Out Of Ink, esempio di come i Beach Boys potrebbero suonare nel 2005), ma non bastano a scacciare l’idea che ci si trovi davanti a dei Flaming Lips totalmente avulsi dagli strumenti, ad un Casiotone For The Painfully Alone appena più barocco, a dei Magnetic Fields senza una composita architettura estetica. Proclamati dalla critica di mezzo mondo come miglior pop band canadese - e non si finirà mai di gridare ”al lupo, al lupo” quando il lupo effettivamente non c’è -, i manierismi zuccherosi di Our Thickness faranno venire i brividi agli amanti del genere e a quanti vogliono riprovare le emozioni del primo batticuore. Per quanto mi riguarda, hanno solo fatto alzare il livello della mia glicemia.

(4.5/10)

Pubblicazione: 01 Maggio 2005

File under: Indie

Valentina Cassano
Valentina Cassano (Album 2005)

copertina pdf #91