Come cantava Leslie Feist in Let it Die, non è tanto la fine, quanto l’inizio, ad essere la parte più triste di una storia d’amore; come se nella contingenza della relazione, forse più e più chiaramente che altrove, la partenza contenesse in nuce già l’inevitabile punto d’arrivo. Lo ripete anche A Hiccup in your Happiness, degli australiani Lucksmiths, che con la sua “the start is the hardest part” apre il brano oltre che il disco Warmer Corners e funge da perfetto incipit a ritroso della più universale e verbosa delle esperienze umane; non a caso, si sente pienamente legittimati ad usare la parola concept album.
La storia, si è detto, comincia dalla fine e termina con la sorprendententemente letteraria scelta di gettare il sospetto su di un’ipotetico falso narratore. Da A Hiccup in Your Happiness a Fiction si passa infatti per quasi tutte le fasi di un’amore: la musica dalla casa adiacente porta il protagonista (o è la Louise del primo pezzo, la protagonista?) altrove, alla memoria terminale ed alla constatazione di una sorta di pace ritrovata nella distanza (The Music Form Next Door e Now I’m Further Away) nel tentativo di allontanare il ricordo che ritorna, amaramente, in Great Lenghts o, dolcemente, in Sunlight in a Jar; il racconto della separazione prima della separazione di The Chapter in Your Life Entitled San Francisco – peraltro già nome del loro precedente EP o l’inizio prima dell’inizio di Young an Dumb.
Imbattersi in un lavoro dalla colonna portante lirica così ben scolpita è un fatto non necessariamente raro, ma sempre in qualche modo eccezionale - tanto più che i Lucksmiths non sono esattamente familiari ai grandi circuiti di distribuzione ed utilizzano una formula sonora quantomeno non innovativa.
Warmer Corners, che bene riflette una cifra già consolidato nei lavori precedenti come Why That Doesn’t Surprise Me, si assesta a dovere sulle coordinate stilistiche degli Yo La Tengo più folk, dei Go-Betweens e si colloca appena a pochi passi dalla legerezza compostiva e dallo sguardo indiepop dei Belle and Sebastian. Inoltre, la band condivide con gli Smiths qualcosa in più del semplice nome che porta nel titolo: lo spirito dell’indimenticabile quartetto inglese aleggia nella capacità di mettere in musica con grande sapienza piccoli racconti sulla straordinarietà dell’esperienza affettiva più quotidiana, novelle conchiuse ed allo stesso tempo apparentemente rientranti in un disegno di gran lunga più ampio.
Occorre dunque mettere in atto, come la band stessa nella chiusura Fiction sembra chidere, una certa willfull suspension of disbelief: che la storia raccontata dal disco sia vera o falsa e che i Lucksmiths siano destinati a scomparire non è importante – ascoltare quello che hanno da dire è più che un piacere.
(7.4/10)
Scheda: Lucksmiths (The)
Pubblicazione: 01 Aprile 2005
File under: Indie Pop
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