Recensione
Sur Les Traces De Black Eskimo Les Georges Leningrad
Cover image
Avant Pop Voti redazione e staff

Les Georges Leningrad

Sur Les Traces De Black Eskimo

Alien8 Recordings

Riuscite ad immaginare i Suicide che fanno bisboccia con i Butthole Surfers e si ubriacano, vomitano e bevono ancora, conoscono gente e finiscono la notte in cella?E un disco in cui confluiscono dub come se piovesse, punk (ovviamente) e funk (manco a dirlo) elettronica quanto basta (tanta), un pizzico di industrial e un aggiustatina di dark?Chi non ce l’avesse fatta non disperi, è sempre in tempo per unirsi ai Les Georges Leningrad sulle movimentate tracce dei black eskimo.

Bollati frettolosamente come gli ultimi arrivati in fatto di punk-funk, questi tre eccentrici canadesi – capeggiati dalla cantante Poney P – formano uno dei gruppi più svaccati che sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi. Cugini cattivi(ssimi) degli Stereo Total - con i quali non a caso stanno per partire in tournèe - assestano definitivi calci nel sedere ai boriosi snob che su certi cliché di genere hanno costruito fama e carriera. Quello funk-punk difatti è solo uno dei tanti veicoli sfruttato e fatto proprio secondo le necessità della band. Mai il contrario. L’ indole marcatamente cazzona e irriverente li porta poi, volontariamente o meno, a fare caricatura del post-punk più decadente e autocommiserevole, nel loro vocabolario sembra infatti mancare tutta la parte relativa alla serietà ed alle sue degenerazioni (leggi seriosità). Loro non sembrano curarsene anzi danno proprio l’impressione di divertirsi un mondo, e dal dub lento e cadenzato dalla iniziale Missing Gary fino all’ orientaleggiante Carillon marziale e deviato di Comment te dire adieu, che chiude il disco, danno sfogo a tutta la loro follia schizoide, sempre più merce rara.

La loro è una musica primordiale, allo stato brado, che trova sfogo negli allucinati gorgheggi del singolo Supa Doopa, un trip trance animalesco da ballare fino allo sfinimento, e nel dark-funk bastardo ed ossessivo di Sponsorship. Ma il pezzo che meglio incarna tutti i pregi (e i difetti) del gruppo e del disco è sicuramente Nebraska’s Valentine, una tormentata cavalcata che sembra esser scritta da un Trent Reznor ipnotizzato dal basso di Jah Wobble, ed in cui la voce stridula e molesta di Poney P dimostra di saper essere, all’occorrenza, perfino lasciva.

Ce ne fossero di teste non allineate né allineabili come le loro.

(7.3/10)

Pubblicazione: 01 Novembre 2005

File under: Avant Pop

Gianluca Talia

copertina pdf #91