Recensione
Rocket D.I.Y. King Creosote
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indie pop Voti redazione e staff

King Creosote

Rocket D.I.Y.

Fence

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Il regno del Fife (Scozia) ha un nuovo re e il suo nome è King Creosote, al secolo Kenny Anderson. Non più e non solo antica terra di pacifici pescatori, ora l’East Neuk può annoverare tra le sue bellezze anche il Fence Collective, moderna corporazione di menestrelli, che raccoglie band, dj ed artisti solisti dell’intero reame, di cui lo strambo re è il fondatore. Dopo aver militato nella Skuobhie Dubh Orchestra e nei Khartoum Heroes, il prolifico autore si rende conto che molto del suo materiale mal si presta sia per l’uno (non abbastanza folk/bluegrass) che per l’altro (troppo poche le corde a disposizione) progetto. Decide così di far tutto da solo. Dal 1994 inizia a produrre in proprio infiniti cd-r, circolati per vie traverse e semiclandestine, che finiranno per comporre Kenny And Beth’s Musakal Boat Riders, raccolta del 2003 per casa Domino, una sorta di panoramica dei suoi ultimi nove anni di attività. Siamo nel 2005 e con Rocket D.I.Y possiamo finalmente parlare di debutto ufficiale. Dodici nuovi e smaglianti brani, questa volta editi per la sua etichetta, la Fence Records, imbastiti grazie all’aiuto di alcuni membri del collettivo: James Yorkston, U.N.P.O.C. e i suoi due fratelli Pip Dylan e Lone Pigeon (co-fondatore della Beta Band). Questo è un disco folk, lo diciamo subito, ma nella sua accezione più genuina.

La tradizione scozzese, ed inglese tutta, è la base su cui si ergono semplici quanto affascinanti composizioni, che ora strizzano l’occhio al pop, ora civettano con giochi elettronici, ora si ubriacano di caustica malinconia delle highlands. E forse non è un caso (o forse è solo uno dei tanti scherzi del destino) che la voce di Anderson sia incredibilmete simile a quella del baronetto Mc Cartney, spietatamente suadente e melodica, perfetta sia da sola (in Twin Tub Twin si accompagna con un piano e un brusio di suoni in sottofondo, quasi un motivo gregoriano al contrario), sia nei controcanti (la seconda voce in Crow’s Feet si affianca alla principale, distorta ed effettata, dando un senso di meravigliosa diacronia). Ed è ancora lei a rendersi protagonista di una immaginifica Thrills And Spills, un falsetto appena sussurrato all’orecchio che si perde, sul finire, in un vocalizzo soprano mandato in loop. Piccole accortezze che rendono l’ascolto sempre nuovo ed intrigante, che spingono alla continua ricerca di particolari, nascosti tra le pieghe della più classica strumentazione folk. Il portentoso ritmo di Saffy Nool (risposta sagace alla paura di un amico di fronte allo scorrere del tempo) cattura dal primo secondo, con un basso nervoso e pulsante, il banjo che si insinua nel ritornello e il rullare dei tamburi frenetico.

Una tensione che sembra non esplodere mai, se non fosse per l’escursione di una fisarmonica proprio quando non ci si aspetta. Sound corposo anche in Klutz, aperta da chitarra acustica, piano e voli pindarici di synth, mentre cori di bambini fanno beatamente sorridere in pH 6.5. Momenti di quiete suggeriscono invece Circle My Demise (contraltare degli islandesi Sigur Ros, nenia che spira dall’alto di una scogliera a strapiombo sul mare) e The Someone Else (racconto poetico di un idillio infranto). L’impeccabile forma canzone torna prepotentemente nella raggiante e scanzonata King Bubbles In Sand, i cui numi tutelari sono senza ombra di dubbio i Beatles. A questo punto, non resta che godersi la bellezza e l’eccentricità misurata di Rocket D.I.Y.. Oggi la Scozia non è solo Belle & Sebastian o Mogwai (per dirne un paio), ma anche il folk psichedelico e mistico di King Creosote. Un augurio al nuovo monarca perchè il suo regno - che immaginiamo in festa da tempo - duri il più a lungo possibile.

(7.5/10)

Scheda: King Creosote

Pubblicazione: 01 Aprile 2005

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