L’uso sapiente dell’intimismo, tale da eludere l’effettismo, è dote rara. La stilematica wave imperante tra Ottanta e Novanta è stata sovente incriminata d’abbasire la sensualità dei suoni puri, dei ritmi corporei, dell’immediatezza del graffio e della ruvidità introspettiva. Una manciata di cover, per poco più di una ventina di minuti di musica ce n’ammonisce, coi suoi accordi blues emaciati, ruvidi, filtrati con personalità ed essenzialità. I Karate di Geoff Farina eleggono quale minimo comun denominatore del percorso tematico intrapreso, la massa critica di canzoni apparentemente atomizzate, isolate, come Strange Fruit, il classico di Billie Holiday, recuperato con ispirazione ed espressività depressiva. Ma Karate è, alternativamente, cimento indefesso, come mostra la scrittura monca e dopaminica con cui rileggono alcuni strali di Mike Watts (The only minority, Bob Dylan wrote propaganda songs, This ain't no picnic e Colors); altrove, nel minimalismo regalato a Dylan di Tears Of Rage, semplificazione e pastiche oppure adesività e rispetto, nel coevolvente feeling intrudente tra la chitarra di Farina e lo stilema Beefeater.
L’anelito esistenzialista si concreta con l’asfissia di una strategia vocale attendista in A new Jerusalem, dell’irrinunciabile Mark Hollis con cui, significativamente, cala il sipario delle opportunità. Sebbene la varietà delle tracce del mini solletichi orizzonti disomogenei, lo sguardo sereno della band si veste, come in una seconda pelle, di delicate sfumature di drammatismo, trattenuto per dispiegarlo aiutandosi con la tachicardia sottopelle di un basso compulsivo. Ogni canzone possiede un suo feeling naturale, adattivo e periglioso assieme, cucinata con garbo incisivo, piglio lo-fi, misura ed ispirazione, privilegi che preludono ad una maturità artistica accelerata. Colpiscono, inoltre, l’impeccabile gestione dello strumento, la capacità nell’elaborazione di progetti sonori derivati, eppur costruttivi, il talento ermeneutico e, si presume di evincere, la disponibilità intrinseca alla consulenza della scrittura/partitura. I risultati limano il concetto d’appartenenza e smerigliano acrimonie sull’inetichettabilità dell’arte. Anche i Karate (seguendo l’esempio di Sonic Youth, Low, Black Heart Procession ed altri) vengono intercettati dalla collana olandese In The Fishtank - distribuita dalla Konkurrent - la cui originalità consiste nel consegnare chiavi in mano e per due giorni (dicesi 48 ore!) gli studi di Amsterdam alle bands che ne facciano richiesta, di modo che ne scaturisca freschezza ed essenzialità.
Ma i Karate possiedono una vena malinconica che, seppure trapeli autoreferenzialità, è mondata con radicalità ed autorità, il cui percorso non dispera di riassurgere, introspettivamente, a codificazione di un’intonsa neo post-wave, resuscitando inedite applicazioni per traiettorie inviolate alla faccia dell’impossibilità, accademicamente pretesa, che il rock debba stagnare, eternamente circolare.
(6.9/10)
Scheda: Karate
Pubblicazione: 02 Febbraio 2005
File under: Indie pop rock
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