In un'intervista concessaci nella primavera del 2005, Micah P. Hinson non si era risparmiato alcuni sprezzanti commenti sugli allora poco conosciuti Kaiser Chiefs: il cantautore parlava di perfetti damerini da rotocalco, ideali seguaci di quel fenomeno che noi abbiamo chiamato emul rock, il sinonimo, nelle sue parole, di un ondata di musicisti più attenti all'abbigliamento che al bisogno d'esprimersi e al piacere di far musica assieme.
Appena un mese prima l'Universal aveva pubblicato il debut album del quintetto - Employment - e si stava preparando a promuoverlo in grande stile mentre la stampa già parlava dei nuovi Franz Ferdinand e di una seconda età d'oro del brit-pop.
La trafila mediatica, il successo, la fama e la gloria, come le ambizioni e le bramosie, non costituiranno di certo delle novità per il lettore emancipato e informato sui meccanismi dell'industria musicale dell'ex impero, basterà dunque aggiungere che i favoriti dell'estate duemilacinque, i prossimi a essere spinti nell'arena del sex, drugs & r'n'r, nonché i candidati al Mercury Music Prize (e questo sì, ricordiamolo: la vincita ammonta a 20,000 pound), sono proprio loro: cinque ragazzi di Leeds che per l'oramai consueta rincorsa alle alci sul muro hanno scelto d'appendere quella di Paul Weller.
Proprio dal primo gruppo del cantautore - The Jam - sembrano esplose queste veloci e stilose canzoni, eleganti a partire dal vestiario, giacché fu proprio lo Style Conuncyl a riportare in auge lo stile mod in epoca punk rivestendolo musicalmente di febbrile e amfetaminica energia, senza mancare d'omaggiare quell'accento working class che diventerà tratto distintivo del punk inglese. Weller dunque come modello per quest'ultimissima generazione - Maxïmo Park e Art Brut - cresciuta a pane, gessati Strokes e Interpol, quella che ritorna là dove il vestiario era una vera e propria filosofia di vita, quella fatta da kids che parlano ai kids.
I Kaiser Chiefs parlano proprio delle vicissitudini dei ragazzi nei sobborghi della loro città, Leeds, dei locali da ballo, delle squinzie, e lo fanno nel più campanilista e retorico dei modi, senza l'ironia esasperata Eddie Argos o il pathos di Paul Smith, tuttavia sbandierando una manciata di cartucce punk-melodiche zeppe di riferimenti seventies, più una serie di quadretti in mid-tempo à la Kinks dove il riff è tenuto dal pianoforte e la chitarra infila gli assoli. Sono proprio quest'ultimi a catturare l'attenzione con una You Can Have It All tra Beatles e Duran Duran (!), il fortissimo ascendente Damon Albarn di Team Mate e la migliore di tutte Oh My God per cori sixites e chic glam.
Employment, è un album vario, modaiolo che predica il verbo della nuova wave anglosassone fallendo la mira (Everyday I Love You Less and Less, I Predict A Riot, Na Na Na Na Naa), ma che si salva in zona cesarini con buone trame vocali di puro, purissimo english pop.
(6.0/10)
Scheda: Kaiser Chiefs
Pubblicazione: 01 Marzo 2005
File under: Wave Rock
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