Slow-core? Post rock? Electropop? Indietronica? Insomma, nell’immenso calderone dei generi musicali quale scegliere per Outside Closer, ultimo album degli inglesi Hood? Difficile trovare una risposta. La band di Leeds, nei suoi dieci anni di attività (si, dieci!), ci ha infatti abituati ad un complesso lavoro di destrutturazione di canoni e modelli che mal si presta ad essere etichettato, e che ben rispecchia questi nostri tempi in cui tutto è diventato post-qualcosa: post-umano, post-atomico, post-industriale. In un mondo così frammentato come quello di oggi - tanto che per capirci qualcosa c’è bisogno di definire tutto - l’opera degli Hood sembra voler ricreare o ritrovare una certa unitarietà, prendendo elementi sì, diversi tra loro (campionamenti, archi, chitarre, etc.), ma combinandoli all’interno di paesaggi emotivamente densi e personali. E se nel precedente Cold House - il capolavoro a detta di molti - era l’elettronica a farla da padrone, coadiuvata dalla presenza/influenza di Why? e Dose dei cLOUDDEAD (simile nell’utilizzo e nella sensibilità a quel piccolo gioiello dei Notwist che fu Neon Golden), in questa nuova fatica è la classica strumentazione basso-chitarra-batteria a prendere le redini della situazione in mano e a condurre, ancora una volta, verso territori sconosciuti. Ricercatezza è infatti la parola chiave per comprendere appieno l’estetica degli Hood, parola che si sposa perfettamente con la atmosfere eteree e malinconiche evocate.
Il loro scandagliare la materia sonora e umana non è però fine a se stesso, non è un puro gioco di stile che renderebbe ostico e monotono l’ascolto, ma piuttosto vive e si evolve all’insegna della continuità. Non a caso, reminiscenze del loro più recente passato si ritrovano in The Negatives…, melodia cadenzata che supporta il canto/lamento di Chris Adams, nella splendida Any Hopeful Thoughts Arrive, dove l’arpeggio di chitarra si trasforma in un loop disturbato da accenni di scratch, mentre gli archi incalzano portando aria ad una traccia altrimenti claustrofobica (non foss’altro che per i quasi sette minuti di durata), e nell’accattivante singolo The Lost You, in cui il connubio elettroacustico dà il meglio di sé. Episodi che non dispiacerebbe affatto sentire per radio, anche solo per sbaglio; forse, però, la loro innata laconicità non può sottostare alle perverse regole dell’heavy rotation. Ed è giusto così: le intriganti architetture di queste dieci tracce sono talmente fragili che possono essere preservate ed apprezzate solo nel privato, anche se poi ognuna segue percorsi diversi per esprimersi, come Winter ’72 (che si inerpica tra echi e montagne di feedback, nascosti da un pianoforte che sembra provenire da un’altra epoca o da un’altra stanza, probabilmente quella dei Bark Psychosis). Con Still Rain Fell ci si sposta sul versante più pop, con una voce sussurrata e campionata sempre al servizio di una melodia semplice e lineare, mentre Closure suggerisce l’immagine di una leggera brezza nel cuore della lussureggiante campagna inglese, che spira dalla potenza drammatica di Adams, in cui si stagliano violini slow down e manipolazioni elettroniche al limite della percezione umana. Ma è con L. Fading Hills che si sfiora la perfezione: un mantra liturgico introduce pochi accordi di piano che subito sprofondano in un crescendo di batteria e di cori che si rincorrono e si sovrappongono.
E se tutti questi differenti aspetti riescono a coesistere nello spazio di un disco, è solo perché Outside Closer si rivela un viaggio introspettivo, in cui ognuno ha la possibilità di dialogare con la propria anima o di fare i conti con il proprio inferno. L’unitarietà cercata dagli Hood è quindi l’individuo nella sua intimità. Ecco perché sfugge ad ogni tipo di definizione ed ecco perché, per una volta, dovremo solo provare ad ascoltare.
(7.0/10)
Scheda: Hood
Pubblicazione: 01 Gennaio 2005
File under: Slow core
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