Greg Ashley viene dal garage ma anziché prediligere lo sbarazzino e mitico 1965 o il disilluso, rabbioso 1969, la sua musica punta verso il tardo ’66, agli ultimi mesi di “fantasia legale” delle industrie Sandoz. La proto-psichedelia: quella è la stagione a cui questo disco allude e a cui aderisce molto più intimamente che nelle precedenti fatiche. Rinuncia forse alla completezza della scrittura di cui si giovava il self-titled Gris Gris di 12 mesi fa, ma riesce nel miracolo della più vivida ricostruzione di quella fragilissima immaturità che riempiva di commozione e ansia di esplodere il Web Of Sound di Sky Saxon e lo Psychedelic Sound di Roky Erickson.
Certo, s’intravede già la promessa del ’67 (Skin Mass Cat è l’incontro fra Lucy In The Sky e Mr Kite) ma è un’estate che ha ancora da accadere e alla cui idea i Gris Gris si cullano in una primavera ancora leggermente brinata, dove ogni gesto sa di sperimentazione. “Ma siamo nel 2005!” - qualcuno obietterà – non ha importanza, non è un recupero questo. Il ‘66 non è una cornicetta con la quale abbellire il quadernetto del proprio compitino. Questa psichedelia primordiale è un’ossessione privata, vissuta sulla pelle, identificata con un sogno d’amore perduto e calpestato ma tenacemente conservato dentro di sé, protetto dalla volgarità, dall’opportunismo e dalla disonestà che l’età adulta (personale come del rock) comporta. Ashley rincasa, abbandona la spensierata California per ritornare a registrare in Texas (a Kosse) dove tutto è iniziato, la sua vita come lo psych-rock.
L’apporto dell’ultimo arrivato in casa Gris Gris, il polistrumentista Lars Kullberg (della partita fin dal singolo Mary #38 dello scorso anno), si avverte subito nella prima metà del disco: un web-of-sound di sei tracce intersecate a delineare una messa panteista. Si parte dal free-jazz furioso che muta in sinistro rock pagano (Ecks’em Eye) e si prosegue in un cupo blues animista, drogato di indolenza spanglish (Cuerpos Haran Amor Extrano), che a sua volta si converte in inno alla gioia al protossido d’azoto (Down With Jesus). In un crescendo a colpi di fuzz si arriva al fracasso rumorista, e avanti in melodie angeliche tramutate in esplosioni elettroniche fino al climax di Year Zero: i Seeds proiettati nel cosmo. Una sorta di rito che funge da porta percettiva al mondo ovattato della seconda metà del disco: il mito dell’innocenza rappresentato dal songwriting più personale di Ashley, quello limpido e semplice di Mademoiselle Of The Morning, ma soprattutto del valzer rollingstoniano Medication #4, il filo rosso che tiene unita tutta la sua carriera (Medication #1 uscì a nome Mirrors).
Sulle tenui tonalità del raga eponimo si conclude così For The Season, il terzo disco di Ashley a prenotarsi consecutivamente un posto nella top ten di fine anno. Non male.
(7.8/10)
Scheda: Gris Gris (The)
Pubblicazione: 01 Febbraio 2005
File under: Indie rock
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