Gli irlandesi The Frames, per chi non lo sapesse, sono un mito in patria (e in Repubblica Ceca) già da parecchio. Le cifre parlano chiaro: 30,000 presenze a una delle ultime edizioni del festival locale Lisdoonvarna Extravaganza e primo posto nella classifica nazionale all’indomani dell’uscita del loro ultimo album, Burn The Maps (pubblicato e distribuito in Irlanda già dal settembre del 2004).
Gli estimatori ne parlano come la migliore realtà irlandese dopo gli U2, insistendo sul fatto che dal vivo la band è già leggenda, senza contare che Mr. Damien Rice, per il quale sono una vecchia conoscenza, li considera la miglior band di sempre assieme ai Radiohead; eppure The Frames, a fronte di una crescente fan base che inizia a debordare i confini dell’Isola, non godono che di un successo circoscritto. Glen Hansard e co. rischiano così di passare per l’ennesimo “caso” famosissimo ma sconosciuto, e se a dirlo è Billboard, l'eminenza delle classifiche internazionali, la cosa può diventare frustrante.
Sarà forse per questo che, spinto da contratto con la Anti stipulato lo scorso anno (all'altezza circa del live Set List), il gruppo tenta una strada diversa: Burn The Maps, ripubblicato nel marzo 2005 in America e Europa, è il primo lavoro a giovarsi di una distribuzione più vasta (tramite Self), nonché di una produzione spiccatamente “mainstream”. Il tiro malinconico di For The Birds- prodotto da Mr Steve Albini (!) nel 2001 - è stato corretto a favore di un piglio maggiormente energico e lo sforzo della band sembra più che altro quello di voler mettere sul piatto tutti gli espedienti stilistici maturati nel corso degli anni; a differenza degli incendiari live set, dove l'appeal è un mix d’epiche virtù rock (Springsteen, Pixies, U2, Pavement), la miscela qui è a base di lenti folk e detonazioni calibrate d’emocore dal sicuro effetto.
Gli umori indie sono noti e così, un sound imbevuto di folk-rock chicagoano (Will Oldham, Jason Molina) e gentili maniere à la Nick Drake viene continuamente eluso, smarcato alla ricerca dell’effetto; raccolgono infatti perplessità alcuni passaggi Interpol-Pixies (Ship Caught In The Bay), o uno stacco elettronico, ma in generale la pecca dell’album risiede nell’eccessiva limatura e smussamento degli angoli, nel trovare la combinazione che non deluda nessuno e, perché no, nell’affidarsi all’effetto speciale del crescendo epico come escamotage alla carenza di idee, cadendo in quell’autoindulgenza che fa scappare la mano sugli archi e intonare le strofe con eccessivo pathos.
Quel piglio irlandese, cattolico, energico e emotivo, raucedinoso e populista - ma che sa anche essere intimo e delicato – che a noi piace (si ascolti il trascinante emo in odor di Pixies Dream Awake e la dichiarata preghiera Waters-iana di Sideways Down), si scioglie miserabilmente in quello che sembra più un prender farina a prestito dal sacco di altri che un’accorata urgenza espressiva (l’attacco post-rock di Happy, la fin troppo drake-iana Underglass, la sdolcinata cavalcata di Ship Caught In The Bay a base di Low e la detonazione trattenuta e rilasciata marca Pixies di Locusts – per altro l’unica a far capire come suona la band dal vivo).
Burn The Maps non è parco di impatti sonici ragguardevoli, alle volte anche impressionanti – si ascolti il crescendo con ottimi inserti in distorsione Suffer In Silence, e l’esplosione di rabbia-gioia-dolore della già citata Locusts – ma la sua genesi risente troppo di questa voglia di impressionare. A rimetterci ovviamente, sbucciando tutti gli strati del frutto, la scrittura. Peccato.
(6.0/10)
Scheda: Frames (The)
Pubblicazione: 01 Febbraio 2005
File under: Rock
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