Recensione
Self Titled Field Music
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Pop Voti redazione e staff

Field Music

Self Titled

Memphis Industries

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Quanti pensano a un gruppo post-emul o neo-neo-neo-psichedelico, saranno probabilmente delusi poiché i ragazzi, appendendo giacche e cravatte al muro, hanno deciso di trarre ispirazione proprio da quel che i punk e i wavers originari avevano odiato di più: la terra di mezzo del prog con il vezzo della melodia perfetta.

Per la serie niente sesso siamo inglesi, via trascuratezza e pressappochismo, e dentro la Great English Tradition pescando trote Genesis e merluzzi Caravan, riavvolgendo il mulinello fino ai salmoni Beatles con la zampa. Un biglietto da visita che lo scorso giugno prendeva il nome di Shorter Shorter, tipica marcetta all'inglese, e assieme, il classico espediente per farcire strofe e ritornelli con gli arrangiamenti più disparati tra i quali, tra archi e citazioni multiple, quelli di Abbey Road e del buon Peter Gabriel dei vecchi tempi della genesi.

Ma se in brani come If Only The Moon Were Up (cambi funabolici di tempo, chitarrine country swing, pianoforte da English Garden), Pieces (ancor più matematico rincorrere scampoli di stili e accordature vocali) e soprattutto in Luck Is A Fine Thing e 17, l'omaggio Foxtrot si fa sperticato, i falsetti del cantante già amato dai Tv On The Radio, non sono i soli a dominare il platter. Curioso e fresco il richiamo alle influenze sopraccitate alla luce della consueta tradizione wave, noto punto di partenza anche per i Field Music che, alla nevrastenia Talking Heads (giusto per citare un gruppo a caso), preferiscono intelligentemente (come direbbe Gordon Sumner) il melody making dei cristallini XTC.

E tutto ciò si traduce in acidi lattiginosi, anfetamine di Drums And Wires, chitarrine tirate eppure tutt'altro che ringhiose, riff di piano come piacerebbero a Tony Banks, sofisticazioni leziose che tentano di sublimare le carte del prog e del pop inglesi, manna che quasi giunge con Like When You Meet Someone Else dove il bilanciamento tra melodia e arrangiamento manca di un soffio il miracolo.

L’album stupisce soprattutto nella prima tornata di brani dove i fasti, anche tra vaudeville The Kinks, paiono quelli delle migliori annate; eppure la mandibola si ricompone quando tanta perfezione formale va a collimare con la stucchevolezza, come accade con le pallottole a salve di You're So Pretty e Got To Get The Nerve (con ritornelli ripetuti all'infinito), che frenano gli entusiasmi e rendono al contempo più agile l'inquadramento generale del lavoro.

È un discreto esercizio di stile il lavoro dei Field Music… certo che almeno una Time Table ce la potevano regalare. Per le canzoni è ancora presto.

(6.5/10)

Scheda: Field Music

Pubblicazione: 01 Agosto 2005

File under: Pop

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2005)

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