Recensione
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Avant Funk Voti redazione e staff

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GSL | Gold Standard Laboratories

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L'esordio è omonimo, e non poteva essere altrimenti: vista l'efficace eccentricità della ragione sociale, tanto vale sbandierarla.
Sette tracce che dispiegano funk (al calor) bianco, groove mordaci, plettro duro e wah wah tagliente, basso tribalistico su tastiere puttane (l'iniziale The Step, krauto-ciber-wave-funk tra percussioni bossa e ottoni “polizieschi”), fiati starnazzanti e derapage atonali sfrangiature wave e inconsulte teorie d'accumulazione psichedelica (le liquide mutazioni dub-wave di There's No Fucking Rules, Dude, quella KooKooKa Fuk-U in cui spunta l’eco aeriforme dei Floyd di Animals).
Nessuna sorpresa che vengano in mente i Gang Of Four o i Contortions, meno spiegabile che d'un tratto sembrino un ibrido Clash-Brian Eno/Talking Heads con la visionarietà logorroica di una jam band. Per sovrappiù, le composizioni si dimostrano robuste ed efficaci: quindi ballare, quindi scivolare per tangenti, e casomai decollare.
Priva (causa congiuntura storica) delle velleità sovvertitrici che animavano tipetti alla Pop Group, e fisiologicamente incapace di riprodurre il mood ormonale-festaiolo della black music, il disco si sostiene grazie ad un’esibizione folgorante di espedienti e cliché articolati con parossistica veemenza, tanto da spostare il baricentro espressivo in superficie, verso la tensione tra i segni, nello scontrarsi e sovrapporsi e contrastarsi delle forme (non vive in pratica del solo flanger sulla voce la sordida Hammerhead? Non si compie appieno in quell'improvviso corrugarsi di corde ad introdurre il cinematico finale Storm The Legion?).
Forme a dire il vero un po' troppo… uniformi, dacché è sistematico il ricorso a collusioni basso-batteria, così come cala puntuale la bossa a lubrificare gli ingranaggi surriscaldati, così come si ripresenta pressoché identico quel riffettino affilato (da Hammerhead a Storm The Legion alla conclusiva Feel Good Hit of the Fall), come in ossequio ad una divinità multicefala, archetipo inamovibile e (perciò) indiscutibile.

É la tipica fascinazione bianca per il funk, l’avventurarsi in un territorio brado, zeppo di minacce acuminate e passione irresistibile, di esistenze costrette alla massima intensità, tese al punto da brillare come fa la pelle di James Brown nelle foto di scena, così scenografiche da far frizzare gli occhi, così atroci e comiche, scaltre e tragiche.

Un pretesto che giustifica e nasconde una sorta di malumore profondo, però ben dissimulato e in fin dei conti accessorio, pressoché immemore dell’agghiacciante sguardo sullo stato delle cose che sovrintendeva no wave e new wave, e che appunto si limita a sublimarsi in una strategia di tremori e balzi, di scatti e sequenze da brivido. Come a volersi consumare prima di cedere ad un'amnesia tutto sommato meritata.

(6.3/10)

Scheda: !!!

Pubblicazione: 06 Gennaio 2003

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2000)

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