L'ultima, gustosissima, imprescindibile notizia riguardo al buon Lenny narra della lettera speditagli da Sarkò e Carlà, nella quale - dopo essersi dichiarati suoi devoti fans - richiedono i di lui servigi quale producer per il futuro album della cantautrice presidenziale. Roba da Kravitz. Un'apoteosi glamour edificata a suon di pose ultrapatinate, dio tronista cui le più conturbanti muse e ninfette dello shobiz si concedono obbedendo ad un rituale di sacrificio e appartenenza, rutilante pruderie che relega il cimento artistico (un tempo) principale del buon Lenny - tra le altre cose rock star - a mero sottofondo da servizio televisivo marchettaro.
Pensare che, un ventennio esatto è trascorso, il suo album d'esordio fece sobbalzare più di un recensore sulla poltroncina dei sudati ascolti, aggrappandosi al treno in corsa (senza macchinista) del rock-soul asperso di psichedelia. Correva il settembre dell'89: le tredici tracce di Let Love Rule furono una scossa elettrica e ormonale, acida e romantica. Un ricettacolo di singoli effettivi e potenziali (ne furono estratti cinque ma avrebbero potuto essere il doppio): dal torrido struggimento di My Precious Love alla morbida fricchettoneria errebì di Does Anybody Out There Even Care, dal vago lennonismo di Be al funk rutilante di Mr. Cab Driver fino ad una title track che interseca e impasta psichedelia sognante e black impetuosa. Di quella specie di prodigio che sembrò prefigurare nuove eccitanti possibilità di sintesi tra passato e presente, tra bianco e nero, tra rock e popular, la santa alleanza Virgin/Emi ci propone oggi una deluxe edition sontuosa, corroborata da diciotto tracce di cui quindici totalmente inedite.
Detto che il secondo dischetto contiene pezzi live dell'epoca (tra cui spiccano una fluviale Fear e una incendiaria cover di If 6 Was 9 del buon Jimi Hendrix), gli affezionati al verbo kravitziano potranno altresì bearsi dei bonus in calce al programma originale, ovvero i consueti lati b dei singoli più i demo caserecci di Mr. Cab Driver, Fear e Let Love Rule, quest'ultima presente anche in un missaggio più ruspante. Quanto ai comuni mortali, casomai avessero da colmare la lacuna un pensierino lo facciano senz'altro. Per quanto mi riguarda, considero oggi questo disco meno cruciale di quanto ebbe a sembrarmi (troppi) anni fa, pur restando lavoro godibilissimo, turgido e lancinante come può sfornare soltanto chi spreme meningi, cuore e coglioni per fare la cosa al meglio anzi al massimo.
Peccato che poi Lenny - il bel Lenny - abbia smarrito l'estro e l'immediatezza tra i molti festini, gli innumerevoli book fotografici e le mai troppe schermaglie amorose, posterizzandosi in un'epifania di se stesso di cui la musica è un alone accessorio, sempreché s'intoni con la più recente mise. Ovvero: Lenny, geneticamente predisposto per fare la rock star, si pose fin da subito quale obiettivo la massimizzazione del successo. In ciò non v'è nulla di male. Anzi: finché utilizzò il rock come ariete per sbaragliare la piazza, ci regalò bei momenti, guadagnandosi ogni stilla di rispetto e ammirazione. Col tempo però le cose sono cambiate. Al punto che oggi sembra fare dischi per giustificare a se stesso e al mondo quel che si dice che egli sia: una rock star, appunto. Tra le altre - ben più goderecce - cose.
(7.0/10)
Scheda: Lenny Kravitz
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