Recensione
Tut Tut Now Shake Ya Butt Japanther
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art-punk Voti redazione e staff

Japanther

Tut Tut Now Shake Ya Butt

Southern Records

Vive di una dicotomia piuttosto netta questo Tut Tut…, ennesimo album a nome Japanther.

Da una parte il solito incedere del duo di Brooklyn – Matt Reilly alle chitarre e Ian Vanek dietro pelli e macchine – tra electro spastica e appiccicoso bubblegum-pop ipercolorato, cantilene e ritornelli da dementia precox e lo-tech anthems da memorizzazione immediata. 9 pezzi da nemmeno due minuti l’uno capaci di evocare tanto dei Suicide brufolosi (Radical Business, con l’ospitata di Spank Rock) quanto degli Offspring malati e insani (Um Like Your Smile), con tutto ciò che è possibile immaginare ci sia nel mezzo.

Dall’altra parte però, ecco che i due tirano fuori due pezzi che da soli ammontano a più della metà dell’intero album e che si staccano completamente dalle atmosfere – invero un po’ pallosette e ritrite – dei suddetti pezzi. Complice la presenza della voce di un monumento della musica “contro” che risponde al nome di Penny Rimbaud di crassiana memoria, Africa Seems So Far Away e I The Indigene sono due strepitose prove di art-rock dilatato e evocativo a metà strada tra haunted spoken word sul modello del Tibet più visionario ed electro in bassissima (ed antropologica, verrebbe da dire ad ascoltare i testi) battuta/pulsazione. Roba che puzza al tempo stesso di delirio sub-urbano e atavico pulsare di terre e tempi lontani.

Ovvio che sono proprio queste due spoken-poetries a segnare l’aspetto più interessante e coinvolgente di Tut Tut Now Shake Ya Butt nonché a risollevarne le sorti da un inevitabile oblio simile all’indifferenza.

(6.8/10)

Scheda: Japanther

Pubblicazione: 16 Maggio 2009

File under: art-punk

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