Recensione spot
Primary Colours The Horrors
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wave-gaze Voti redazione e staff

The Horrors

Primary Colours

XL

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Altro che ragazzini; o, comunque, non è assolutamente più questo il punto – sempre che lo sia stato in precedenza. Gli Horrors sono lì a pretendere che li si tratti con serietà, con orecchio non distratto. Ma, ecco il punto, ascoltando Primary Colours la cosa viene spontanea, non c’è neanche bisogno di pretenderlo.

Partiamo da ciò che era previsto nel menui. Ovviamente non possono mancare il basso e altri tratti distintivi degli Interpol – cioè del post-punk rifatto e tirato a lucido; neanche le tastiere di Who Can Say, che sanno di Cure fino al midollo. Il baritono di Faris Badwan "Rotter" si concede in New Ice Age persino di essere epico come un John Lydon, il cui nomignolo ai tempi dei Pistols quasi li accomuna; Only Think Of You è la loro All Tomorrow’s Parties, perchè sempre là si torna, mescolata con NYC degli soliti Interpol; la finale Sea Within A Sea è addirittura un motorik alla Neu!, a testimoniare quanto poco innocenti sono gli Horrors, quanto sanno cogliere ciò che va e può non passare esteriormente per moda passeggera; un motorik cantato che si trasforma in un synth pop alla Battiato de La Voce Del Padrone.

Ma se di mancata innocenza e di serietà si parla, la chiave con cui aprire la scatola di Primary Colours non proviene dall’Inghilterra dei primi Ottanta. Il riferimento principale di come suona quest’album va allo shoegaze maturo, alla sua capacità iper-evoluta di giocare sui livelli di produzione. Un lavoro di avvicinamento che già aveva fatto il primo disco degli Interpol, appunto; chiaramente ci riferiamo a Loveless; ce ne accorgiamo quasi subito, e ne abbiamo la conferma quando Do You Remember sembra citare espressamente una traccia dei My Bloody Valentine. E finalmente, pensiamo, ecco qualcuno che li ri-prende sul serio, che si dedica con concentrazione a sfruttare gli effetti di certe tecniche compositive e produttive, per di più in un ambiente – quello del revival wave – che dovrebbe aver poco a che fare con lo shoegaze.

Loveless era costruito su un principio che si avvaleva di piccole dissonanze di accordatura e post-produzione, divergenze emotive, digitali, distorsioni che creavano, nel marasma dei layer di suono, qualcosa di straniante, di deformante rispetto alla coerenza percettiva delle note. Gli Horrors ci hanno fatto ripensare alla genialità e all’efficacia di quel monumento. Il loro album non è un capolavoro, e probabilmente sarà considerato fuori tempo massimo; ma oltre alla scaltrezza di nascondere sotto la cotonatura dei capelli delle ottime idee importate ad hoc, al di sotto della corteccia celebrale la band riesce pure a scrivere buone canzoni. È quello che offrono, asciugando il tutto, che ci fa promuovere gli Horrors. Quello che ci costruiscono attorno ci appoggia sopra una lente che ingrandisce. Lasciamoci tranquillamente ingannare dall’effetto ottico.

(7.2/10)

Scheda: The Horrors

Pubblicazione: 05 Maggio 2009

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