Il nuovo disco di Jonathan Kane ha addosso lo stesso abito di blues infetto e kraut psicotico che si era visto alcuni
anni or sono sul debutto February, denominazione poi passata
a chiamare l’intera live band di accompagnamento. Nei fatti Kane è il deus ex
machina del suo stesso mondo, il motore ultimo di ogni singola nota, mettendo
mano a chitarra, batteria e basso per tutto il disco, salvo qualche marginale intervento
altrui qui e li, come le voci di Lisa B. Burns e Peg Simone che ancorano ad un lato umano la ballata di Up In Flames. Kane rilegge il blues attraverso la lente della ripetitività
arrivando all’anello principale che lega le sue ipnotiche frasi di chitarra
western ai pattern ritmici di un’avanguardia comunque più colta di lui.
Quindi da un lato si ha l’impressione che a lui piacca recitare la parte del cowboy solitario che entra nel saloon al suono dei più classici riff country blues come nell’introduzione di Smear It. D’altro canto, messa così sarebbe solo l’ultimo sfrontato chitarrista da pub che suona gli stessi giri di sempre, ma l'ex Swans usa la ripetizione per ipnotizzare e prendere lentamente l’ascoltatore in quelli che poi diventano veri e propri mantra ipnotici del tutto assimilabili a Terry Riley o La Monte Young. Certo il disco è davvero tutto così. Ascoltato un brano, ascoltati tutti e il gioco di Kane arrivati al secondo disco mostra un po’ troppo le corde o per lo meno adesso è davvero troppo scoperto.
(5.8/10)
Scheda: Jonathan Kane
Pubblicazione: 22 Aprile 2009
File under: blues rock
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