Recensione
Non posso stare senza di te Appaloosa
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electro psych Voti redazione e staff

Appaloosa

Non posso stare senza di te

Urtovox

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Il bello degli Appaloosa sta nel fatto che gran parte della loro energia viene spesa per tenersi al guinzaglio, così da mettere in risalto il brodo elettroacido, l’angolosità delle trame ritmiche, la complessione emotiva che brulica sotto agli ordigni noise-funk. Eh sì, ormai non sorprende più che realtà poco conosciute e di norma giovani sembrino già tanto mature nel giro di un paio di dischi. Non posso stare senza di te (premio al titolo spiazzante dell’anno) è infatti l’opera seconda dei quattro toscani, coadiuvati per l’occasione da Giulio Ragno Favero, ex omino a una dimensione, sempre meno chitarrista (qui incrocia le corde solo nella spettrale e martellante Metal alle Hawaii) e sempre più produttore. Un bel lavoro, come accennavamo, compatto e febbrile, senza cadute d’intensità, prodigo di sorprese soniche (vi basti il rollercoaster tra chitarrine demoniache wah wah, tastiere Moroder, intermezzi acrilici Herbie Hancock e turbini electropunk di Ap(p)ache), tanto coraggioso nel combinare antipodi stilistici quanto abile nel farlo sembrare cosa buona e giusta (come capita al funk-dance à la Gang of Four di 4 women, screziato di vibrazioni soul, scoordinato di chitarra tex-mex, irrorato di cascami folk blues e quindi dissolto in un miraggio Gastr del Sol).

Pur restando preponderante l’origine noise-math dei loro propositi (la quasi totale assenza della voce, le ritmiche inesorabili e nevrotiche, la fibrosità delle corde, il flagrante portamento Shellac ad esempio in La Roby), sembrano tendere ineluttabilmente verso derive sintetiche e psichedeliche che gli consentono di lavorare a crudo sensazioni disparate: ed è un’autentica mattanza cerebrale di retaggi, suggestioni, intuizioni, flashback. Tanto da centrifugare come se niente fosse il parossismo lisergico dei Liars e la delirante ebbrezza dei Bran Van 3000 in un frullatore marca Daft Punk (nell’ineffabile title track), tanto da ruminare tagliente irrequietezza June of ’44 e astrazioni sintetiche Boards Of Canada in un crogiolo ballabile e virale, ora etereo e brulicante, ora dritto come un caterpillar. Versatili e viscerali quindi, ruvidi e ricercati, caotici e calcolatori. Un altro disco così e non ci sarà nulla di male a definirli – se non ce ne vorranno - gli Oneida italiani.

(7.1/10)

Scheda: Appaloosa

Pubblicazione: 01 Gennaio 2006

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