Un piede qua e uno là. Nel mezzo, un oceano piccino picciò, ma pur sempre oceano. Da attraversare con un passo solo, casomai dovessimo appurare di persona certe situazioni al margine, come ad esempio il brulicare “indipendente” dal punto di vista della Awful Bliss, giovane etichetta italiana col mirino puntato sugli USA. E magari confrontarne esiti e traiettorie con quanto di affine gira dalle nostre parti, così come Urtovox – occhiuta label toscana ben nota ai lettori di S&A – ci propone. Ecco come nasce questo doppio cd, venti artisti nordamericani e diciotto italiani, confezione molto curata (cartoncino rugoso, grafica timburtoniana, tiratura limitata), la scaletta che si diverte ad ammaliare nel segno duna mestizia diffusa, ora placida ora tesa, ora alleviata da barbagli pop, ora a testa in giù nel buio del malanimo blues.
Gli americani ammiccano con una certa (insistente) naturalezza quello che potremmo chiamare alt-country, versante nel quale si mettono in evidenza i The Cannery con un vivido mix a base di banjo e tenerezza, seguiti a ruota dall’inquietudine spiegazzata (circa Will Oldham) dei The Strugglers e dal folk in punta d’anima di Will Johnson. Più complessa e interessante la proposta dei Tracker, il cui strumentale si muove tra atmosfere Calexico e strani umori post-blues, così come i Barzin muovono un crudo folk-soul tra ombre e vibrafoni, mentre Luca fa qualcosa di simile però sciorinandolo liquido ed elettronico. Incanta ma non sorprende la beatlesianità di ritorno di Faris Nourallah, mentre sì che sorprendono i Phosphorescent dando in pasto la floydiana One of my turns ad organi, piano e spersa mestizia. Quanto agli Holy Sons, lasciano addirittura basiti ma solo perché la loro Turned away è caracollante, cupa, intimista e scheletrica quasi fosse Cesare Basile sotto pseudonimo.
E il buon Cesare troviamo, guarda caso, quale ideale chioccia del cd “italiano”, leggermente più vario a causa di certe disinvolte escursioni indie pop – vedi il lo-fi strascicato di Buzzino, il piglio incendiario degli Hogwash e soprattutto quell’ebbrezza post-lennoniana per banjo e harmonium allestita dai Midwest – purtuttavia solcato da una vena meditabonda, quasi claustrofobica, insomma quel che ti aspetti da chi non ha avuto la fortuna di esercitare la folk/rock attitude sui generosi landscapes d’America. Procede quindi una sequela di sogni tra fisarmoniche e pianoforti (dei Rosolina Mar inopinatamente quieti), romantici e tenebrosi (i bravi Blessed Child Opera), ricercati e cartilaginosi (a cura dei ben ritrovati Giardini di Mirò) o soavemente indolenziti (il sempre intenso Goodmorningboy).
Nel momento stesso in cui vengono accostati, tra i due emisferi si evidenzia un gap ancora sostanzioso, individuabile nella maggior personalità di proposte come quella di Jeffrey Luck Lucas – voce straordinaria da Waits giovane – o di Elephant Micah – una specie di Nick Drake sotto il front porch –, quasi che a questi ragazzi il folk, il country e il blues lo facciano prendere fin dal biberon. Però non è un caso che l’onore della title track spetti ai The Softone da Napoli, il cui folk tenero e minimale galleggia tra gli aromi latini di una rumba soffice, scomodando come minimo un M.Ward. Chapeau all’operazione, scorcio prezioso su realtà non troppo visibili, confronto a distanza ma intimissimo, e in ogni caso splendida soundtrack per i giorni (i luoghi) che verranno.
(7.3/10)
Scheda: AA. VV.
Pubblicazione: 01 Marzo 2006
File under: folk rock
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