Recensione
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Genere

Elettro pop

Data di uscita

Ottobre 2005

Pubblicazione

01 Ottobre 2005

Depeche Mode

Playing The Angel

Mute

Quanti pensavano che i Depeche Mode avessero ormai toccato il fondo, alzino la mano. I primi a farlo siamo noi: dopo la deludente prova - non priva di spunti interessanti, ma incompiuti - di Exciter (Mute/Emi, 2001), talmente perfetta nelle sue trovate puramente commerciali da mostrare tutta la stanchezza insita tra le pieghe, non ci aspettavamo che uno sciatto ed edulcorato riciclaggio di suoni e idee che un tempo hanno fatto la loro fortuna. Quasi convinti nel considerarli revival del revival anni Ottanta, tornano con Playing The Angel e, inaspettatamente, sgraniamo gli occhi. Il disco infatti suona tipicamente Depeche Mode, ma con uno charme, una conturbante e oscura vitalità che non sospettavamo avessero ancora e che, francamente, avevamo lasciato in Music For The Masses o Violator.

L’album invece nasce da una complessiva rivalutazione del loro stesso mood, con le iniziali brume antartiche di Vangelis (A Pain That I'm Used To) date in pasto prima a reminiscenze del periodo Violator e poi a vertigini elettroniche, sirene e colpi di laser. La trama si avvince con il gospel tecnologico di John The Revelator, che centra in pieno la trasformazione elettronica-umana del trio: la preghiera pagana di Marc Almond calata in un futurismo elegante, sofferto, mai macabramente scontato. Pure i riferimenti Eighties, come quelli più indietro Kraftwerk, sono calibratissimi e di gran classe. Prima l’Almond sulle celle morbide, la disco sincopata, il synth pop più impellettato, poi i manichini di Dusseldorf di ieri come di oggi, dunque il battito, le sincopi (Suffer Well) e, più in generale, una mirabile trasposizione di tutte queste preziose influenze in un presente tecnologico e asettico fatto di PVC e vetro, cemento coibentato e superfici laminate. Dentro alla materia si agita convulso lo struggimento dell’anima, la piuma che accarezza l’essenza delle cose, il velluto della preghiera e la ricerca di una spiritualità laica, alternata allo slancio vitalistico, al sangue che circola e porta nutrimento alle cellule (Lillian).

Non tutto riesce allo stesso modo a evocare un tal mirabile equilibrio: una The Sinner In Me è più maniera che idea ma anche qui, dove non arriva la melodia, parte l’elettronica vorticosa, il tocco funambolico dei metalli che si contorcono, il mondo tecnico che lavora dentro i corpi. Lo stesso per Macrovision, cinematica assuefazione del reale che s’impreziosisce di violini sintetizzati e boati cosmici, e pure l’intermezzo IDM - Autechre, Boards Of Canada - di Introspectre e il commiato di The Darkest Star.

E se non è miracolo, Precious è singolo-sintesi di quanto detto del lavoro complessivo: ritmiche Enjoy The Silence che lasciano spazio a bordate di synth, come dire, dalle lande britanniche il decollo dei tre per il cosmo, l’osservazione della terra allontanandosi dall’oblò, i ricordi di una vita che affiorano, la trepidazione per quel che accadrà.

Altre belle intuizioni melodiche - e grandi performance vocali e compositive di un Gahan maturo, profondo, vellutato, aereo - sono I Want It All , il risveglio nella stanza bianca dell’ospedale (Sometimes I Cry, Sometimes I Die, It’s True) vicino alla clinica delle vergini suicide (Air), e assieme Nothing's Impossibile , robotico affrancamento del Dave Gahan autore, rivincita personale che arriva dalle viscere della sofferenza (I’ll Need A Miracle To Help Me This Time), con la stessa ripetitività tediosa ma affascinante di una Never Let Me Down Again.

Non la ricerca dell’anthem da stadio è qui rappresentata, bensì l’approccio più privato dei Nostri, quello di brani del passato come Stripped, Personal Jesus, World In My Eyes, a dimostrazione del fatto che si può anche arrivare in classifica senza per questo snaturarsi. E dopo venticinque anni ci sembra un bella e meritata soddisfazione per i Depeche Mode.

(7.0/10)

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2005)