Che gli snob della club culture storcano pure il naso vedendo M.I.A. in versione Kali-dance. Questa musica non è più per loro e forse non lo è mai stata. C’era bisogno di un personaggio come lei nel giro plastificato del mainstream. Se il massimo del colpo d’anca che s’è visto negli ultimi mesi è stato prodotto dalla joint-venture Shakira-Beyoncé, allora che ben vengano le figlie incazzate degli “stati canaglia”. Una come lei poi… che ha già sufficiente carisma per riuscire a collaborare con Gwen Stefani e Missy Elliott e al tempo stesso sbattere la porta in faccia a MTV. Perché noi siamo come Eddie Murphy in Il principe cerca moglie; tanti piccoli principi di Zamunda, che cercano una donna che sappia stuzzicare sia l’uccello sia il cervello. E Maya non è certo una che le manda a dire, specie contro tutti i Boyz di questa terra. Kalaè un piccolo bignami di tutto quello che bisogna mettere in un disco per farne un prodotto strategico da marketing globalizzato e lei ha le skills per essere quella che già è, la prima diva new global allevata sulle sponde di un immaginario Gange culturale, ma presto esportata per necessità. Brani come Jimmy e Bamboo Bangasono piccoli manifesti per la rivincita dei tanti “Apu” presi sottogamba come un effetto esotico da colonialismo di riporto. M.I.A. è cresciuta sotto ogni punto di vista.
Arular era come una mitragliata improvvisa nella giungla del Congo. Kalacome un accerchiamento strategico studiato nei minimi particolari.
Faccende come garage e grime sono ridotte a effetti collaterali.
Dettagli in un più vasto disegno generale che prevede varie categorie
di ritmi e per forza di cose riempitivi piacevoli, ma inesistenti se
presi singolarmente: Mango Pickle Down River per esempio, che pure gode dell’apporto dei bimbi aborigeni rapper chiamati Wilcannia Mob o World Town e The Turn che si allineano facilmente lungo la scia guerrigliera del precedente Arular.
Ci sono poi i brani più propriamente killer. Quelli che si fondano su
un matrimonio perfetto tra ritmi, samples e melodia. L’attacco
micidiale di Bamboo Banga che fonde il richiamo alla Roadrunner di Jonathan Richman "Roadrunner, roadrunner / Goin' hundred miles per hour / With your radio on / With your radio on" e un brano preso dalla colonna sonora di un vecchio film Tamil. Un altro film Tamil, intitolato Jayam viene messo dentro Bird Flu, per un’orgia di ritmi tribali e voci infantili. Il secondo singolo Jimmy, riadatta Jimmy Jimmy Aaja dal film di successo bollywoodiano Disco Dancer. E ancora 20 Dollar, che su una base di synth che pare una versione rallentata di Blue Monday dei New Order, ci mette il testo di Where Is My Mind? dei Pixies. Il massimo M.I.A. lo raggiunge probabilmente con Paper Planes, che campiona un riff di chitarra di Straight To Hell da Combat Rock dei Clashe gli costruisce sopra un ritornello irresistibile cantato da bambini e
miscelato con colpi di pistola e un registratore di cassa che si apre
come quello di Money dei Pink Floyd. “All I wanna do is (BANG BANG BANG BANG!) / And (KKKAAAA CHING!) / And take your money”.
Il lavoro in sede di produzione non potrebbe essere migliore. Anche qui, M.I.A. ha fatto tutto o quasi da sola, una mano su alcune tracce le è stata data da Diplo e Switch, mentre Timbaland ha prodotto solo il brano dove appare anche lui, Come Around, da collocare alla categoria riempitivi di cui sopra. Se Bjork è stata la madrina delle passate olimpiadi al suono di Oceania, dopo un lavoro del genere possiamo ufficialmente candidare M.I.A. al titolo di madrina delle prossime olimpiadi cinesi. Per il ruolo bisogna conoscere bene cose come Asia, diritti civili e appeal mediatico. Chi meglio di lei?
(7.5/10)
Scheda: M.I.A.
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