“Queste canzoni sono state ispirate dal paesaggio del Pacifico del
Nordovest, da stati di sogno semi-cosciente e dall’idea di un codice
del DNA a cui si possa accedere come una memoria eterna”.
Come
suoni il secondo disco di Valet lo si capisce immediatamente leggendo
queste dichiarazioni, guardando la copertina (una maschera
precolombiana succhia l’oceano… un gatto siamese dallo sguardo vitreo….
voglio sapere chi è il vostro pusher!), leggendo il titolo e i titoli
delle canzoni. Honey Owens partorisce una nuova suggestiva collezione
di sogni umidi, liquidi, sommersi fino al midollo nella psichedelia più
languida come le anime perse lo sono in un limbo senza tempo.
La musica di Valet entra direttamente in contatto con il subconscio senza passare per la comprensione razionale e lo fa utilizzando le chiavi per una Musica irrimediabilmente Eterna. Quelli di Naked Acid sono segni mitici di civiltà passate (We Went There), ritmi ancestrali che vengono dai tamburi voodoo di qualche giungla del Congo (Drum Movie), chitarrine spaziali in perenne delay che imprigionano i viandanti come le liane nella foresta (Kehaar), blues demoniaci per le anime più dannate nelle bettole più diffamate (Fuck It, Fire), bussole che perdono l’orientamento per un nord che non si raggiungerà mai (Babylon 4 Eva).
La chiusura elettro di Streets riporta solo parzialmente alla normalità… qui siamo comunque all’Altro Mondo. Blood is Clean era solo leggermente più improvvisato e Naked Acid solo leggermente più song oriented. Stiamo praticamente nella stessa zona del crepuscolo di sempre, ma Valet si conferma una delle migliori è più autorevoli firme per gli affezionati frequentatori delle psichedelia più onirica e amniotica. Naked Acid vale già da ora una nomination come disco più “tripposo” dell’anno
(7.5/10)
Scheda: Valet
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