Di certo non un “innovatore indie rock” come si legge da qualche parte, John Vanderslice: in questo suo settimo disco che l’etichetta ci spaccia come il suo più riuscito, il ragazzo si impegna a fondo e nondimeno mostra chiaramente i propri numi tutelari. Niente di disdicevole in questo, perché - con frequenza via via calante - è di calibri come Magnetic Fields, Eels e della scuola scozzese facente capo a Paddy McAloon e Stuart Murdoch che si parla. Di tutto un pop, arguto, ingegnoso e comunicativo, sulla carta un affare perfetto per accogliere sorridendo l’ennesimo americano colto in adorazione di Albione.
In barba ai presupposti, però, Romanian Names non decolla mai totalmente e dal punto di vista qualitativo ha l’aspetto di un saliscendi; regala alcune perline di buona caratura e un capolavoro, peraltro avulso dal clima generale (Hard Times, sensazionale meditazione di violoncello e tastieristiche lame degna di Arthur Russell), incappando altrove in arrangiamenti che appesantiscono composizioni affatto disprezzabili e qualche melodia prive di adeguato sviluppo.
Magagne spiacevoli in un artista sulle scene da parecchio tempo, e altrettanto effetto fa la dipendenza a tratti eccessiva dai succitati modelli: perché intrigano il pianoforte tra jazz e classicismo nascosto nella leggiadra Fetal Horses, le vivaci Tremble And Tear e Sunken Union Boat e quel sapore di techno pop restituito a dignità tipico del Maestro Stephin Merritt (l’elegante D.I.A.L.O.; un possibile Brian Wilson illuminato dagli ’80 per Too Much Time). Insieme delizia e fonte di grattacapi per il critico la generosa manciata di canzoni quietamente belle qui offerte, che però non possiamo né dobbiamo ignorare. Fortunatamente, tra ragione e sentimento un compromesso si riesce sempre a trovare.
(6.8/10)
Scheda: John Vanderslice
Pubblicazione: 17 Maggio 2009
File under: indie pop
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