L'aria fragile ma vispa, una virginale inquietudine da cameretta inesplorata, da vitalità inespressa, costretta in un piccolo mondo di trepidazioni carta e penna. Rosie Thomas ha 27 anni, è originaria di Detroit ed è al terzo album per la Sub Pop: tutte cose che difficilmente si desumerebbero dall'ascolto di questo If songs could be held, undici pezzi facili però intensi, prevedibili ma accurati. L'ottima colonna sonora per chiunque senta il bisogno d'ingannare l'attesa tra un album e l'altro del gentil fenomeno Norah Jones, e in genere per tutti quelli che - come Rosie - covano una più o meno conclamata ossessione per i Fletwood Mac di Landslide e/o la Joni Mitchell di California. Quel placido procedere tra incanti circospetti, tra mestizie mute, tra impalpabili collassi emotivi (le gentilezze indolenzite di Clear as a bell e Since you've been around). Quelle carezze dolciastre da passeggiata sentimentale, mano nella mano tra luci declinanti, in un pastello d'organo e chitarrine (Let it be me, cover di Gilbert Becaud assieme ad un flemmatico Ed Harcourt).
Rari e contenuti i guizzi, giusto per dribblare la narcosi senza turbare l'estatica immersione, come nella nostalgica Time goes away, col ritornello che sembra una Beth Orton colta da parossismo Alanis Morrisette. Non stona certo qualche barbaglio country-pop à la Lucinda Williams (tra le morbide volute errebì di Loose Ends), ma va decisamente meglio quando una certa voglia d'austerità comporta angoscie sparute (il serico primo piano sdoppiato di Death came and got me) e madreperlacee mestizie (il valzerino conclusivo Tomorrow, in pratica gli Eels col freno tirato). In definitiva, trattasi di una parata di banalissime, perfette ballate d'amore. Nulla da eccepire, se è proprio questo che si va a cercare. Del resto, la cura dei dettagli si fa apprezzare in più di un'occasione: impalpabili brume di tromboni, misurati inneschi di wurlitzer, tepori d'organo, gli archi diafani e mai stucchevoli, la pastosa densità dei timbri...
Manca però a Rosie il passo in avanti, la capacità ad esempio di misurarsi col gospel senza sbiadirlo (It don't matter to the sun, sapiente formalità da Hootie & the Blowfish femminini) e in generale la forza di additare i propri (presunti) idoli senza sembrarne il bignami di turno (di Stevie Nicks in Pretty Dress, di Sandy Denny in Clear as a bell...). Innocua e commovente come una nebbiolina pomeridiana.
(6.0/10)
Scheda: Rosie Thomas
Pubblicazione: 01 Dicembre 2005
File under: Folk pop
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