E’ un marchio, il Festival di Sanremo. I Dottor Livingstone ci sono passati. Ci hanno fatto, ci fanno, ci faranno i conti (giusto o sbagliato che sia). Non che questo sembri scoraggiarli, così come il fatto che nel frattempo la CGD li abbia scaricati. Oggi, rivisto l’organico, fondata un’etichetta propria (denominata - con puntuale senso del calembour - I.Presume), tentano il contropiede col terzo album, perseguendo un pop ammiccante, figlio di tante influenze e altrettante riverenze, perlopiù sintetico ma capace di ricercatezze “da camera”, felicemente semplificato però mai “facile”. Quest’ultimo aspetto, soprattutto, mi sembra lampante: anche quando con Sulla mia pelle sembrano l’ibrido perfetto tra i Depeche Mode e i New Order più melodici, anche quando con Ci sei sempre tu il ritornello consuma una melodia piuttosto scontata, c’è sempre un ingrediente che perturba o mitiga, che stilla preziosismi nell’infuso, che sia lo strisciante languore Portishead, o quelle chitarre algide/spezzettate memori d’animali floydiani, o ancora quel sitar che nobilita l’etno funk divertito di Tutto è relativo, o lo pseudo clavicembalo tra gli sfrigolii e l’urgenza di Anna.
Nella diffusa padronanza di mezzi e strutture, nella sostanziale felicità dell’ispirazione, manca forse una specificità forte, manca uno scarto più netto dall’aura Subsonica (che pervade ad esempio la funkeria ghignante di Strega), manca alla voce di Anna Basso - comunque bella - l’artificiosità umana o se volete il calore inumano di una Goldfrapp (ciò che avrebbe forse reso irresistibile il malioso arazzo electro soul – archi orientaleggianti, algebriche palpitazioni Battiato, post trip-hop ingentilito rodhes - di Mai più). Forse però la carenza decisiva non è di quelle che si possano biasimare: mi riferisco, signore e signori, al genio. Quel genio che non s’inventa, non si compra, non si fa. C’è, o non c’è. Ci fosse stato, Piccolo attimo sarebbe più che la gradevole commistione Mùm-Depeche Mode, il tango fanciullesco di Resto a letto si sarebbe smarcato dai lampanti sospetti Ustmamò (evitando magari il ricorso a quell’orrido sax zuccherino, nel senso – ahinoi – di Fornaciari), avremmo guardato più alla sostanza di Le ragazze di Osaka che non al guizzo d’averla voluta rivisitare (non male comunque né l’idea né il risultato; l’originale – per la cronaca – è di Eugenio Finardi).
Alla fine non è un caso che de L’assenza siano presenti due versioni, la prima sbrigliata lungo asciuttezze ritmiche Underworld e sulla di loro strisciante stilizzazione/trasfigurazione degli eighties, la seconda preferibile per quell’abbandono soul tra synth alieni, un piano “ingenuo” e il gioco d’archi avvolgente. Una dimostrazione di versatilità, certo, che però tradisce anche la mancanza di una direttrice preminente: resta la sensazione che avremmo potuto imbatterci in altre due, tre, dieci versioni dello stesso pezzo, anzi di ognuna delle canzoni in scaletta. Trovare l’inappellabile versione di se stessi sarà il prossimo esame per i Dottor Livingstone.
(6.3/10)
Scheda: Dottor Livingstone
Pubblicazione: 01 Dicembre 2005
File under: pop
Abbonati al feed di Stefano Solventi
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









