Non c’è molto da dire su questo nuovo disco di Steve Wynn. Davvero. E’ ormai assodato come l’ex Dream Syndicate sappia districarsi tra profondità e sbrigliatezza, sciorinare l’energia di un ventenne e la pensosità del quarantenne con una disinvoltura che non potresti definire altrimenti che rock. Quel rock essenziale e umorale (chitarre, batteria, piano, organo, qualche effetto sulla voce e nulla più) capace di fare liturgia e baccano, poesia e incendio. Quel rock che lui ama più che se stesso, o almeno più che la sua manifestazione fisica e mediatica (da sempre spiegazzato angelo wendersiano con l’inquietudine nascosta sottopelle).
Ecco, il programma di …tick…tick…tick (una bomba sul punto d’esplodere? E dove?) è una delle tante possibili realizzazioni pressoché perfette di questa “poetica”, visto con quale agilità si passi dal riffarama distorto di Wired alla fok ballad tesa e younghianamente indolenzita di Freak star, dal country-psych scorbutico di Killing me alle cupe ascendenze errebì di Your secret.
Come al solito, Wynn – accompagnato dagli ormai fidi Miracle 3 – non inventa nulla. Non un grammo di ciò che si sente rivela combinazioni inaudite. Di peculiare c’è Wynn stesso, la sua totale dedizione alla causa, la fiducia nel fatto che il rock possa scavalcare l’ostacolo, sbrecciare il non-detto. Così ci ritroviamo di a fronteggiare la lunga Deep end, sognante e dispersa come malinconia Flaming Lips (ma senza la loro sistematica disarticolazione/trasfigurazione), il piano e la lap steel a disegnare miraggi declinanti, la tradizione (il country folk) come base, supporto, presidio della visione ultraterrena Pink Floyd, ed ecco, ecco che ci trema dentro qualcosa. Similmente avviene, seppure in diverso grado e intensità, con le sgroppate tra sincopi funk di Wild mercury (che tra chitarre al vetriolo e sospensioni in punta di piano rimanda a certe sfuriate dell’ultimo Nick Cave), col Tom Petty a go-go di Bruises, con quella Turning off the tide che è praticamente una Vampire blues (Neil Young altezza On the beach, per quei due o tre a cui sfuggiva) riesumata da un bagno anfetaminico.
In ognuna, amarezza e fatalismo vanno a braccetto in una giostra febbrile, affrontando le sterzate e sferzate della vita con beffardo savoir faire (la dolceagra Cindy, it was always you, il garage blues di All the squares go home con due organi incendiari).
Infine cercando e trovando compimento nella conclusiva No tomorrow, nettamente divisa in due parti: la prima svelta dal cuore agro, tre assolo in contemporanea che s'intrecciano pungolando il nervo della questione, Steve che nell'ultima strofa si nevrastenizza bowianamente; la seconda più quieta apre ad una pacificazione/rassegnazione emotiva, dove paradossalmente il "no tomorrow" diventa additivo amorevole. Il finale ci lascia dunque questa contraddizione, questa speranza tigliosa. Pura essenza Wynn.
(6.5/10)
Scheda: Steve Wynn
Pubblicazione: 01 Dicembre 2005
File under: rock
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