Recensione
Self Titled Pulse
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electro rock Voti redazione e staff

Pulse

Self Titled

Pippolamusic

Pulse alias Marco Galardi, batterista di lungo corso col pallino dell’elettronica. Cioè, come a dire, Pulse è il punto di convergenza delle esperienze ritmico-soniche di Galardi, una sezione del flusso, una cristallizzazione dei fotogrammi. La restituzione di un vissuto intenso e frastagliato: the love you take is equal to the love you make, più o meno. Di più, forse. Come l’impasto tra fusion pseudo-davisiana e scenografie Blade Runner di Sal’AAM aleicum, ad esempio, con quel sax a giocare tra fisicità e virtualità, col tramestio pensoso del drumming a germogliare nell’incertezza tra solido e aereo, tra stabile e impalpabile. Volendo ipotizzare un filo rosso che leghi questi nove strumentali - dove Galardi sovrintende i tamburi (ovviamente) e le macchine col non trascurabile aiuto di un pugno di amici strumentisti - sembrerebbe più una riflessione sulla giuntura “in fieri” tra forme sintetiche ed analogiche, su questa collisione che avviene da decenni (in spregio alla fulmineità microprocessoristica), che non una mera esposizione dell’arte conseguita dal Nostro in quindici anni di carriera.

Va detto che quest’ultima opzione rischia talora d’imporsi, come nella stancante efficacia danzereccia di Light (turgido funk digitale M.A.R.S.S. style) o lungo l’icastica estenuazione gilmouriana di Aracnos (ruvidità wave tra fremiti elettronici e pulsazioni cavernose come una scheggia impazzita da Animals). Più spesso però l’eterogeneità del programma funziona da carburante, incendiando prima intrecci electro/etnici (il frinito austero del sarangi tra minacciose emulsioni digitali ne Il genio della lampada, lo sfarfallio delle percussioni nella fauna aliena di Dangeridoo) e poi sbrigliatezze jazz (nel funk strinito e spacey di The uncles, nell’acidula improvvisazione zawinuliana di Chafanga’s time), arrivando a paventare con K una tensione caliginosa, un contrasto tra i vapori radioattivi dei synth e la ruvidità del cello elettrico, che la fa quasi sembrare una reincarnazione attualizzata dei mitologici High Tide.

Non sarà certo per le intuizioni melodico/soniche che ameremo questo disco, né per una peculiare genialità d’arrangiamento o per l’abilità sugli strumenti. Piuttosto, per l’equilibrio/squilibrio tra le parti, per il frigido interplay tra gli “strumenti” (o meglio tra le “voci”) che sembra sfidare una sorta d’incompatibilità e sancire quindi una distanza, un malumore esistenziale, l’impossibilità a parlare con una voce sola sullo stesso sfondo delle stesse prospettive. Forse il valore (il fascino, il messaggio) di questo disco sta in quello che non è riuscito del tutto a dire.

(6.8/10)

Scheda: Pulse

Pubblicazione: 01 Novembre 2005

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2005)

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