In genere si fa riferimento alla confezione di sfuggita, ai margini della dissertazione musicale. Come a dire se è bella meglio, altrimenti peccato, poco importa. In questo caso, mi sembra che non debba andare così. Perché dei due membri che compongono gli Zoldester, uno si occupa dell'aspetto musicale e l'altro - Francesco De Napoli - di "grafica e immagini". In questi tempi di dissolvimento del feticcio-disco, di avanzata smaterializzazione del supporto, può sembrare un anacronismo. Forse lo è. Comunque – semplicemente - fa piacere trovarsi tra le mani qualcosa di bello, di curato. Una giostrina di marzapane (o plastilina) in copertina, colori zuccherosi, scritte fatte col filo di ferro (i credits e i testi delle canzoni), poi la sequenza dell’avventura di un piccolo astronauta di plastica tra disadorni oggetti della quotidianità. Il tutto in un digipack patinato, chiuso da uno spago come quei pacchi che contengono solide cose della vita. Lo spago l'ho aperto con cura e infilato nel libretto: il mio letargo feticista ha avuto un sussulto, un fremito compiaciuto. Poi sono passato alle canzoni.
E quindi a Fabrizio Panza, che con un piccolo aiuto di un manipolo di strumentisti ha confezionato nove rapide tracce per complessivi ventisei minuti circa. A sentirlo, sembrano il frutto di chi ha ben ascoltato Wire e Perturbazione, Rem e Talking Heads, Ligabue e Rosario Di Bella. Lo dico subito: le canzoni non sono belle quanto la confezione, però non mancano motivi d’interesse. Ad esempio quella Stelle che nelle strofe ricorda una mestizia asprigna La’s salvo poi scomodare watt danzerecci nel ritornello. O il modo in cui il bluesone turgido di Attraverso stacca la spina mutandosi in valzer radente nel chorus. O ancora la tensione acustica di Dicevo di sì o il romanticismo diaristico di Si avvicina il cielo, che ad occhio e croce è quello che ad un Ligabue proprio non riesce più. Altrove si cade nell’ovvietà appunto ligabuesca, come in Arrendevole, appena riscattato da una languida inflessione pop, mentre la “passiombrosità” vagamente Afterhours di Dietro i sé non riesce a sbocciare tra gli svolazzi degli archi, gli scricchiolii e i tremori elettrici.
Un po’ troppo semplificate le problematiche (non ci si improvvisa Perturbazione da un giorno all’altro), ben condotte ma al limite della stucchevolezza le infiorescenze degli archi (come nella vagamente remmiana Ninna nanna della fine). La voce, soprattutto, avrebbe bisogno di curare quel buonismo fisiologico di cui è timbrata (mi raccomando però, non rivolgersi al dottor Lanegan: le sue terapie tossico/alcoliche prevedono seccanti effetti collaterali). Con tutto ciò, una Guai nel guado tra punk e melodia e l’incedere tra umorismo e alienazione di Girate di luna ti lasciano col pizzicore della curiosità.
(6.1/10)
Scheda: Zoldester
Pubblicazione: 01 Novembre 2005
File under: pop rock
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