A descriverlo, si rischia di sbandierare la solita ampollosità da recensore compiaciuto. Però non resisto, è più forte di me, quindi procedo: Old fog di Alexander Tucker – già nei post rockers Unhome nonché collaboratore di Papa M e autore di un album acustico prodotto da Tom Greenwood dei Jackie-O-Motherfucker - sembra il prodotto di un algoritmo che ha avuto quali input certo maldicuore Black Heart Procession, le marmoree rarefazioni di Antony e il sogno polveroso di Devendra Banhart. Questo almeno per quanto concerne le sue manifestazioni folk-psych, dall’iniziale Hag Stones alla solenne liquorosità di The Patron Saint of Troubled Men, dagli esiti sublimi e sornioni di Of Late (nella cui lunga introduzione s’incontrano spezie acidule e falò nella prateria) al cupio dissolvi della conclusiva Sung Into Your Brightening Skull (che pure parte irrorata di suggestioni irlandesi).
Poi c’è l’altra faccia di questo strano personaggio, quella che imbastisce quadretti bucolici tra lo spettrale ed il free (vedi le corde che friniscono e belano, i tonfi delle percussioni, gocce di vibrafono e spennellate di dittafono in Alhadeff Music), conturbanti giapponeserie (il breve intermezzo di Welsh Harp, non lontano da certi The Books), fatamorgane in bilico tra ipnosi e languore (quella Phantom Rings che tra muggiti atonali e riverberi caliginosi schiude una meditazione post-folk degna di certo Jim O’Rourke). Quanto al primo aspetto, c’è da dire che tanta fede nelle possibilità della psichedelia primigenia, l’ostinazione con cui la si vuole ri-costruire e indurre, lasciano un po’ perplessi, quasi fosse più il frutto di un’ossessione privata che altro, oppure il rinculo esoterico di tanta troppo facile profusione lisergica d’oggidì. In quest’ultimo senso, è di sicuro meritevole l’esito pseudo-noise conseguito da Hand of Reign, denso brusio bianco che tra chitarre flangerizzate, percussioni e ululati va addirittura a rasentare l’art-psych inquieta dei Bardo Pond. Il secondo lato della questione è di sicuro più interessante, e in un certo senso obbliga a rivedere il giudizio sul primo, impegnato com’è a utilizzare il folk quale reperto da riarticolare, combinare, trasportare in ambiti diversi e diversi livelli di significato. Ovvero, in un ampio progetto di post-modernità. Che tuttavia non può non suonare un po’ in ritardo, alla luce di tutti i “post” che ci sono capitati negli ultimi anni.
Il giudizio finale – l’avrete capito - non è positivo, ma non vi sarà neppure sfuggito quanto sia complesso e curioso questo signor Tucker. Che terremo d’occhio.
(5.9/10)
Scheda: Alexander Tucker
Pubblicazione: 01 Settembre 2005
File under: art psych
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