I soliti Dirty Three, quel loro manifestarsi come una catastrofe in corso, densi e volatili, impalpabili e immanenti. In Cinder – il loro settimo album lungo - si avverte però l'intenzione di mettere a punto il meccanismo, di fare un passo significativo verso una specie di “pienezza essenziale”: sembra in effetti il disco di una band che sfoglia il proprio ventaglio espressivo sapendo di non poter aggiungervi altro, quindi ci medita sopra, mette il freno agli eccessi, spoglia il suono, lo riempie di tremori e memorie, allestendo un programma (fin troppo) lungo, ipnotico e narcotico, quasi ti volesse accompagnare in un sonno che sogna la feroce insensatezza del quotidiano. Le canzoni sono quasi sempre - naturalmente - mute, frames più o meno brevi pasturati a folk crudo, dall’asciuttezza affilata. Canzoni in cui può capitare che barbagli melodici (la mesta Michele, la soffice Dream evie) gravitino tra dolcezza e malanimo, tra calore e sgomento, nell'agile e austero svolgersi di timbri e dinamiche.
Ma ogni indizio di calore e/o conforto è destinato ad infrangersi in un vasto disegno di desolazione: le chitarre covano minacce post-folk, il drumming possiede una calligrafia secca e vibrante, il piano palpita in territori perlopiù dimessi (la toccante Last dance), il violino o la viola si aggirano con misurata ma sempre accesa apprensione. Spuntano a tratti mandolini, chitarre Calexico (nel western malfermo di Too soon, too late), chitarre "sitareggianti" e cornamuse (gli strani incroci arabo/irlandesi di Doris), c'è anche gradita ospite la voce inconfondibile di Chan "Cat Power" Marshall (quella setosa dissolutezza) nella laconica Great waves: ma sono scosse che servono vieppiù a sottolineare il senso di irreversibile afflizione, perché poi torni a confrontarti con quelle ballad amarognole (la dimessa It happened, la struggente Ember, la sbigottita In fall), tra le tensioni oblique e le rumbe diafane (Ever since), tra blues radenti e ombrosi (i rigurgiti On the beach di Sad Jexy), in un buio attonito e spettrale (quella Rain on che rimanda al Jason Molina più desolato).
Più interessante sembrano le ibridazioni stilistico/atmosferiche tentate nella già citata Doris e nella title track (giapponeseria western tra sbuffi di violino e frinire di chitarre), o la disarticolazione ritmica che fa somigliare She passed trough ad una marionetta The Books. Soprattutto per questi ultimi episodi il disco è meritevole di attenzione, ma nel complesso mi sento di definirlo un lavoro di transizione, prima di ogni altra cosa utile ad Ellis e compagni per mappare intenzioni, sviluppi, possibilità. Pure se, ne sono certo, farà la gioia dei non pochi fans dello sporco trio.
(6.4/10)
Scheda: Dirty Three
Pubblicazione: 01 Settembre 2005
File under: folk blues
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