Recensione spot
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Genere

cantautoriale dilatata

Data di uscita

Aprile 2009

Pubblicazione

01 Aprile 2009

Matteah Baim

Laughing Boy

DiCristina Stair Builders

Matteah Baim ha la capacità di essere delicata e altera allo stesso tempo. Ci sono dei dischi che appena li si inizia ad ascoltare preannunciano l’impegno che dovremo dedicare loro; Matteah ci chiede un impegno con grande discrezione, quasi a bassissimo volume. Laughing Boy è un album chiaro/oscuro e raffinato, come se Nico avesse tentato una dimensione più pop, in qualche modo AOR. Come se Cale semplificasse le sue tecniche compositive e di messa a sistema di uno stato d’animo avvicinandole alla canzone d’autore. E forse il succo di questa musica è cantautoriale, nulla di più. In realtà tutto, produzione, arrangiamento, quello che contiene questo album è fatto da Matteah, ex membra dei Metallic Falcons, pittrice, originaria del Wisconsin, oggi newyorkese - e qui al suo secondo disco solista, ricco di archi e di ambienti, di pelli simili alla batteria dei Dirty Three di …Apollo – che ci figureremmo ad accompagnarla – e di avventure in qualche modo spirituali (Big Cat).

Il terreno su cui si lavora di cesello e atmosfere è la dilatazione, l’arrangiamento, l’incastro di carezze attorno alla voce calda e però mai riscaldatrice della Baim. La delicatezza, il tocco di Birthdays, traccia 4, sono spiazzanti, quando ci aspettavamo un’oscurità crescente, anticipata dalle lande di Pagoda, confermata del resto dai brani seguenti – a volte con trovate armoniche davvero riuscite, come la piccola dissonanza del refrain di Wildness. Questa Nico più dolce replica il fascino teutonico della freddezza con melodie e scenari sonori che nulla hanno della durezza degli zigomi della algida nibelunga di Desertshore. Lo fa, cosa che stupisce data la lunghezza del disco, catturando a diversi stadi lo stupore dell’ascoltatore; lo fa isolare, gli fga abbandonare le attività che stavano avendo corso mentre iniziava l’ascolto; rubando il tempo al tempo, da un certo punto di vista, sicuramente slegandosi da un’idea di brevitas o di lunghezza. Le canzoni appaiono e poi scompaiono, senza che le si riesca a quantificare, per numero e tempo di ciascuna; senza annoiare; scolpendo nella freddezza del ghiaccio delle forme avvolgenti, accoglienti, quasi amichevoli. Un risultato già di per sé abbastanza sorprendente.

(7.3/10)

Scheda: Matteah Baim

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