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Desertshore Nico
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goth rock Voti redazione e staff

Nico

Desertshore

Reprise

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" Lei cambiò totalmente la sua immagine. Dall’essere bionda e vestita di bianco, allo scurire i suoi capelli, vestendo totalmente di nero…Visse in un sogno. Ogni cosa che faceva era parte di questo assunto, del fatto che lei ora era una persona diversa. Fu un sogno solitario, dove le amicizie occasionali furono ferite e rinnegate. La natura transitoria di tutto questo contribuì a riempire la sua vita... con questo fascino disperato. Fu un’esperienza così profondamente personale da essere incredibilmente potente”. (John Cale)

Ripercorrere anche solo mentalmente i punti salienti della vita di Nico significa narrare un pezzo significativo della cultura pop. Un’aliena bionda, che strinse sodalizi importanti, sia sul versante sentimentale che su quello artistico. Il più importante di questi, o comunque il più influente, fu sicuramente John Cale. Andy Warhol impose la presenza dell’algida modella ai Velvet Undergroud, con il risultato che Lou Reed, in particolare, le mostrò ben poco simpatia, impedendo che sull’esordio, i pezzi marchiati dalla sua voce fossero più di tre. Il feeling, invece, si trovò con John Cale, il più avanguardista e compositore dell’ensemble. E’ grazie alla mano di Cale, che Nico riuscì a realizzare i suoi dischi solisti, in particolare i lavori della “trilogia gotica”: The Marble Index, Desertshore e The End.

Desertshore è appunto il secondo tassello del mosaico. Un lavoro che prende le mosse da Marble Index, ma congela quella prassi musicale in un formato, in un’idea di musica della disperazione. Gli arrangiamenti ridotti all’osso, il canto algido e pietrificato, l’umore decadente, la malinconia che si fa dolore, sono tutte caratteristiche che contribuiranno a diffondere un ritratto di Nico, agli antipodi rispetto all’immagine glamour dei suoi esordi.

Il disco, prodotto e arrangiato da John Cale, con il contributo importante di Joe Boyd (Fairport Convention), ha tutt’ora lo status del classico senza tempo, perché senza tempo sono i riferimenti che lo alimentano: i lied romantici, la musica da camera, i madrigali medievali. Eppure se il solo pregio del disco fosse stato quello di lavorare su canoni musicali vecchi di secoli, allora avremmo avuto soltanto un valido esperimento di ricerca sul formato.

Il sodalizio Cale/Nico va oltre. L’impasto di organo e harmonium dell’iniziale Janitor Of Lunacy ha qualità droniche, che anticipano più di qualche musicista del settore. Lo stesso si può dire del tessuto strumentale della conclusiva All There Is My Own, marchiato a fuoco dalla viola di Cale, con quell’andamento così ubriaco e stordente.

Nel mezzo pochi brani austeri e glaciali. The Falconer è una cattedrale nel deserto. Le note iniziali di piano che si perdono nel flusso sonoro dell’harmonium. Risultato: una sinfonia morbosa e greve. Si va ben oltre la malinconia, un passo più vicini alla tristezza. My Only Child e Le Petit Chevalier sono omaggi al figlio Ari, avuto da Alain Delon. La prima completamente a cappella, non teme di mostrare la sua veste ecclesiale e religiosa, la seconda è una sibillina ouverture per clavicembalo cantata completamente da Ari, che chiude il lato A, con un senso di disagio strisciante.

Il secondo lato si apre con la gelida Abschied, testo in tedesco, musica segnata dal dolore e dal martirio, che fa un po’ il paio con Mutterlain il brano più cupo del lotto, scandito dai tocchi cronometrici e profondi del piano.

Sopra le note, il tormento, gli arrangiamenti, l’harmonium, la voce di Nico scandisce le sillabe con precisione fredda e ossessiva. Probabile retaggio fonetico delle sue origini mitteleuropee, che unite al registro neutro e asessuato del canto contribuiscono a rendere la sua voce un segno irripetibile nella storia della musica.    

(8.0/10)

Scheda: Nico

Pubblicazione: 08 Settembre 2007

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