Recensione
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Genere

psichedelia

Data di uscita

Settembre 2006

Pubblicazione

06 Ottobre 2006

Christina Carter

Lace Heart / Electrice

Kranky

Christina sings. Qualcuno, forse scherzando, indicò proprio Christina Carter nella parte di Nancy, la misteriosissima voce femminile che si ascolta nei primi dischi di Jandek. A sentire questi due lavori oggi, quel brano, Nancy Sings, brucia ancora di più nella memoria. Che i Charalambides siano riconducibili alle atmosfere e al “groove” del primo Jandek è un’ovvietà, ma che col tempo Christina Carter riuscisse a trovare in versione solista una propria fisionomia assimilabile a quel brano, beh questo era già più difficile da ipotizzare. La doppia Christina del 2006 è probabilmente irripetibile. Scordatevi lo sgraziato arpeggiare di Living Contact. Questa volta la musicista di Houston ci regala le sue chitarre migliori e le sue parole più dolci. Lace Heart, un gioiellino relegato nell’inferno dei cdr, stampato in 300 copie per la sua Many Breaths Press, raccoglie composizioni rarefatte e leggerissime che chiamano a raccolta sogni e confessioni intime. L’arpeggiare in punta di dita disegna sei ballate lunari, ma dove come sempre è l’onirismo indotto dalla voce a farla da padrone. Il registro pulitissimo che recita le parole sposa le solite similitudini d’occasione: Patty Waters, Djong Yun, ma anche Jarboe, Mimi Parker e poi certo… Nancy. Poche parole e poche note. Tutto tende a svuotarsi progressivamente. Dream Long, I Am Seen, To Surrender sono caldi e calmi paesaggi uterini, mentre Intensions incede come una tremolante ode alla luna. Quest’anno non si ascolterà più niente di così fragile e accogliente.

Tanto Lace Heart è un disco caldo, intimo e soulful quanto Electrice è freddo e apocalittico. Nato dall’idea di realizzare tutte le composizioni del disco, partendo dalla stessa chiave e dalla stessa accordatura di chitarra, questa volta Christina cambia completamente registro rispetto all’immediato passato. Il barrage chitarristico si manifesta così subito marziale e stringente, screziato di flanger e da una cadenza minacciosa. Questa è la scenografia nella quale si ambienta l’iniziale Second Death, che accorcia i giri e accelera i ritmi affannosamente, man mano che procede verso il finale. L’idea del disco è quella di un flusso di coscienza torrenziale, senza inibizioni. E’ un’ Hossiana Mantra virata in nero che muove da un’unica evidente improvvisazione. Il buona la prima, successivamente rimaneggiato per assemblare meglio le melodie di Moving, Intercepted e Yellow Pine,  ha il tono grezzo e diretto della performance dal vivo, ma tenendo ben ferma la produzione in primo piano. E’ probabilmente per questo che lei stessa definisce il disco come “the most digital-sounding thing i’ve done”. Arrivati a Yellow Pine si capisce come tutte le composizioni siano il terreno fertile su cui seminare le più ardite evoluzioni vocali. Un simil soprano, altissimo e rarefatto, a cui si spezzano, una ad una, le sillabe in gola, in uno stato di trance e calma apparente. La conclusiva Words Are Not My Own si appoggia a certo chitarrismo languido e progressivo dei ’60. Le ombre lunghe di Jerry Garcia e John Fahey a coprire la sparsa dilatazione del brano. Via via sempre più diradato, con l’unica presenza di uno spettro vocale che aleggia su un immanente e beatificante silenzio, Electrice è un lavoro eccellente nella sua sintesi tra raga cosmico, folk progressivo, new age uterina e avanguardia canora.

Per entrambi un (7.5/10), che a lasciarlo stagionare nel tempo sembra destinato pericolosamente al rialzo.

(7.5/10)

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Antonello Comunale
Antonello Comunale (Album 2006)