Recensione
Self Titled Voice Of The Seven Woods
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psych folk Voti redazione e staff

Voice Of The Seven Woods

Self Titled

Finders Keepers

Sembrava che Rick Tomlinson, in arte Voice Of The Seven Woods, dovesse andare ad ingrossare la schiera di autori folk folgorati sulla via del fingerpicking made in Robbie Basho, ma il disco di debutto vero e proprio ci consegna un quadro diverso e decisamente più interessante. Del resto non c’è molto che si possa fare per perfezionare una formula come quella bashoviana che è già perfetta. Giusto il tentativo di riflettere sullo stile e giocare di virtuosismo come fa James Blackshaw. Per fortuna, la tendenza sembra sempre più quella di mettere da parte il lato tecnico per concentrarsi sul quadro d’insieme. Esempi significativi possono essere Ilyas Ahmed (di cui si aspetta con ansia un segno di vita sotto forma di disco ufficiale), Hush Arbors e ora anche Voice Of The Seven Woods, che pure è uno che non si lascia certo pregare quando si tratta di dimostrare la finezza tecnica di cui è capace. Peraltro anche l’etichetta che licenzia il disco in questione aggiunge frecce all’arco di questo discorso, se di considera che dietro Twisted Nerve e Finders Keepers c’è quel vero e proprio esteta kitsch di Andy Votel, che sta lentamente mettendo in piedi uno dei cataloghi più strambi e interessanti di questi anni, con ripescaggi cult come le soundtrack del cinema new wave cecoslovacco: Valerie And Her Week Of Wonders, (trasformata in un super progetto nuovo di zecca, con il meglio dell’intellighenzia free folk di questi anni, il cosiddetto Valerie Project) e a breve nientemeno che Daisies altro film culto di Vera Chytilova. Per tornare a Tomlinson, quello che ha partorito è allora né più né meno che un delizioso e rinvigorente disco di psichedelia folk dall’umore rétro e con un evidentissimo taglio orientale. L’iniziale Sand And Flames dà un po’ il tono a tutto il lavoro: arpeggi folk e ritmi che si ingrossano verso un climax dove si rincorrono articolate scale orientali. L’umore mediorientale, in special modo arabo, è evidente nelle successive Satai Nova, ispirata a Sayat Nova, trovatore medioevale armeno di cui narrava per immagini Paradjanov e The Fire In My Head che finisce dalle parti di un possibile funk rock islamico. Molte cose di questo disco potrebbero essere inserite tranquillamente in un’uscita della Sublime Frequencies, ma quando si tratta di farsi più confidenziale il Nostro azzecca capolavori alla Six Organs Of Admittance, come Silver Morning Branches e Return From Byzantium, brano che parte tranquillo e se ne va poi via su un motorik kraut. Un lavoro dal carattere molto personale e sfaccettato, che si ascolta con facilità e regala parecchie perle.

(7.2/10)

Pubblicazione: 09 Settembre 2007

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Antonello Comunale
Antonello Comunale (Album 2007)

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