Recensione
Inroads: New And Collected Works Roy Montgomery
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psichedelia Voti redazione e staff

Roy Montgomery

Inroads: New And Collected Works

Rebis

Roy Montgomery deve essere uomo di spirito, come si intuisce dai titoli astrusi che mette alle sue pièce strumentali e dalle pochissime interviste che ci sono in circolazione. Nell’immortale scambio di vedute con il Piero nazionale, uno che ha contribuito non poco a far girare il suo nome, Roy rimane sempre sulle righe nel rispondere alle sue domande. Scaruffi: “Entertaining Mr. Jones mi ricorda un po' le antiche ballate folk, ma ci sento ancora un'influenza indiana... È una mia paranoia?”; Montgomery: “Credo proprio che sia tu o qualcosa che ti eri fumato... Te lo dico perché l 'idea di base era tutt'altra...”. Indipendentemente da cosa si fosse fumato Scaruffi, il nome di Roy Montgomery è rimbalzato di appassionato in appassionato soprattutto grazie al tam tam provocato dalle sue entusiastiche recensioni, in un’epoca in cui il p2p non esisteva ancora e gli mp3 erano ancora una faccenda per tecnici del suono. Sembra passata un’eternità, ma si sta parlando solo dei primi anni ’90. Anni in cui i suoni di etichette come Drunken Fish e Corpus Hermeticum erano davvero roba esoterica. Tutto il contrario di come è oggi che per ascoltare o informarsi su certe cose basta mettere qualche nome su Google o su un programma di p2p.

Con il senno di poi, si capisce quanto Roy Montgomery sia figura centrale per i suoni degli anni ’90. Insieme ai Dead C è probabilmente il nome più importante uscito fuori dalla Nuova Zelanda. Fondamentale per l’alchimia del primissimo suono Kranky e quindi per buona parte del post-rock a venire. L’uomo è musicalmente inattivo da anni, ma l’occasione per tornare a parlare di lui ci viene offerta dalla doppia compilation licenziata dalla piccola Rebis. Inroads è il classico album compilativo di inediti e outtakes. Un bel viaggio articolato in due dischi, che mostra tutte le sfaccettature e le evoluzioni del magico guitar sound di Roy. Dall’estetismo ambient di Scenes From A Southern Island e Temple IV agli scenari esotici di And Now The Rain… , dalla psichedelia cosmica degli Hash Jar Tempo agli astrattismi più criptici delle ultime prove, The Allegory Of Hearing per esempio. E’ evidente il tributo che Montgomery paga alla tradizione della chitarrismo raga, in primis al grande Sandy Bull, ma col tempo ha saputo disegnare un’architettura di suono tutta sua. Il suo è un mondo tuttora selvaggio e incontaminato che vale sicuramente la pena esplorare. Questa compilation offre una chiave d’accesso, comoda e indolore.

(7.0/10)

Scheda: Roy Montgomery

Pubblicazione: 13 Aprile 2007

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