Coloro che hanno apprezzato i tre album licenziati dai Velma dal ’97 al 2003, e in genere tutti gli inveterati amanti del trip-hop, non faranno fatica ad innamorarsi di questo La pointe Farinet, 2949 m. Non un passo indietro, non un cedimento rispetto ai dettami del genere – le trame apocalittiche, l’angoscia oppiacea, la voce aliena e monocorde. Nessun timore di obsolescenza, anzi. C’è un più deciso lavoro sulla fibra sintetica, che crepita e sfrigola, spampana farragini e vapori fiabeschi, mastica una tensione corrosiva popolando di graffi western i margini delle canzoni (piuttosto azzeccata la scelta del guru electro Locust - al secolo Mark Van Hoen - alla produzione). Un impasto frastagliato che non si affronta a cuor leggero, che non ha alcuna intenzione di affrancarsi (di affrancarti) dalla consapevolezza d’un mondo tragico. E che tuttavia abbaglia con quei cromatismi densi, seducendo col folto sovrapporsi di trasparenze androidi e brume industrial.
Non è solo questo. E’ che la compagine di Losanna assorbe tutto ciò che confina con la propria premessa poetico/estetica al modo di una spugna radioattiva, che sia il tipico torpore angoscioso circa Thom Yorke (tra i fruscii sintetici e le pelli spazzolate di Sleeping underwater), che siano certe cosmiche alienazioni Air (quelli più krauti in No risk to be taken e quelli delle vergine suicidi in 100% sure), che siano quei vamp plastici modello Art of Noise e quei coretti da Beta Band sotto anestesia (nell’iniziale 32 offices). E tutto si tiene, pesantemente, febbrilmente, ma in fondo con naturalezza. Se meritano poi un minimo di rilievo la presenza di Dälek in Voices of the Ether (insidiosamente post-electro) e la curiosa cover di Metropolis dei Motorhead (sempre in chiave Air-Massive Attack), va invece ben rimarcata la stupenda coppia finale Private perfection e Run, la prima una lunga processione di cineserie e grugniti, arpeggi ripescati dai Radiohead periodo The Bends e folate The Edge, la seconda una sorprendente, fragile bossa per chitarra acustica, voce e piano, il pathos che si coagula come in certi languidi disarmi dEUS.
Bravi quindi i Velma, abbastanza cocciuti da coinvolgere, magari non sorprendenti però intensi. Credibili anacoreti del trip-hop.
(6.8/10)
Scheda: Velma
Pubblicazione: 01 Luglio 2005
File under: Electro Trip-Hop
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