Recensione
White Man at the Door Lost Domain (The)
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post blues Voti redazione e staff

Lost Domain (The)

White Man at the Door

Digitalis

I Lost Domain sono un’assurda compagine australiana, proveniente da Brisbane, che fa musica dai tardi anni ’80 e che anticipa per forza di cose tutti i primitivisti della scena weird americana contemporanea, in special modo Jakie O’ Motherfucker e No Neck Blues Band. Insomma, ecco un altro nome bello pronto per la riscoperta tardiva e per una release di lusso su Revenant. Del resto il dominio perduto qui è il sacro cuore del blues.

White Man At The Door è un disco volutamente arcaico, grezzo e sporco, estremamente lo-fi, che inscena il funerale del blues con indolente mancanza di vitalità. Il punto di partenza è l’amore per le registrazioni pre war del leader John Henry Calvinist (ovvero David Mac Kinnon) che aveva già cercato di esorcizzare questo demone compilando l’introvabile Dead Set, un compendio di classici perduti del blues delle origini. Vengono subito in mente Blind Willie Johnson, Captain Beefheart e Tom Waits a sentire la rauca vocalità di Ragtime Frank (Simon Ellaby). Brani come In My Time Of Dying, Pearline, Charmin' Betsy risentono fortemente della mancanza di professionalità della registrazione. Tutto voluto, ovviamente, per riprodurre la polvere del tempo che si poggia sulle registrazioni dell’epoca. Anche la copertina del disco è un omaggio e riproduce lo spartano template grafico dei dischi della Document records.

Un disco che evoca il passato per riallacciare un discorso nel presente. Com’era? Pre-war or not pre-war?

(6.5/10)

Pubblicazione: 23 Settembre 2006

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Antonello Comunale
Antonello Comunale (Album 2006)

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